Stai leggendo un articolo della Rivista di pratica pastorale

 

La chiamata al ministero e la visione di Dio[1]

(prima parte)

William Perkins (1558-1602)

 

 

Allora io dissi: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti»! Ma uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, tolto con le molle dall’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: «Ecco, questo ti ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato». Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? E chi andrà per noi?» Allora io risposi: «Eccomi, manda me!» Ed egli disse: «Va’...».

Isaia 6:5-9

 

I primi cinque capitoli del libro di Isaia contengono i sermoni che il profeta predicò durante il regno di Uzzia, re di Giuda. Il sesto capitolo introduce i sermoni che egli predicò durante il regno di Iotam, Acaz ed Ezechia (Isaia 1:1). Prima che Iotam salisse al trono, il Signore volle confermare la sua chiamata ad Isaia. Uzzia, colui che regnava quando il profeta fu chiamato la prima volta, era ormai morto. Col nuovo re, Dio rinnova l’incarico e la chiamata che erano stati affidati ad Isaia. Non si tratta di una nuova chiamata, perché è sufficiente essere stati chiamati una volta per esercitare il ministero. Tuttavia, Dio conferma la chiamata del suo servo ripetendola e ratificandola. In questo caso, il Signore non agì nei confronti del suo profeta come avrebbe agito qualora avesse rivolto a qualcuno una chiamata ordinaria. Isaia, infatti, aveva ricevuto una chiamata straordinaria[2]. Coloro che hanno ricevuto una chiamata ordinaria non hanno bisogno di una conferma o di una ratifica del mandato. Invece, nel caso di ministri che devono svolgere un ministero straordinario, che sono stati chiamati in modo straordinario e per compiere opere straordinarie, Dio, nella sua sapienza, riconferma la chiamata in maniera straordinaria.

Ciò che abbiamo appena osservato c’insegna a considerare poco serio ed illuso chi, oggi, si vanta di aver ricevuto una chiamata straordinaria. Costoro, a mala pena riescono a dimostrare qualche segno della grazia che Dio impartisce ordinariamente all’uomo! Se, nei giorni in cui l’opera straordinaria di Dio era più comune, il Signore rinnovava e confermava continuamente la chiamata straordinaria dei suoi profeti, allora oggi dovremmo pretendere molti più segni eccezionali da coloro che affermano di aver ricevuto una tale chiamata! Se, in quei giorni eccezionali, Dio rassicurava in questo modo la sua chiesa sulla chiamata che aveva rivolto ai suoi servi, è fuori dubbio che la chiesa oggi, a maggior ragione, deve esigere molti segni straordinari prima di riconoscere che un individuo abbia ricevuto una chiamata straordinaria. Coloro che danneggiano il popolo di Dio, spacciando le loro fantasie ed i loro sogni come se fossero l’opera dello Spirito Santo, meritano di essere disciplinati dalla chiesa e puniti dalle autorità civili[3].

Il sesto capitolo del libro di Isaia si suddivide in due parti: il metodo usato per confermare la sua chiamata (Isaia 6:1-4); la conferma stessa (Isaia 6:5-13). Per quanto riguarda la prima parte, il metodo impiegato è la visione celeste che Dio concesse al profeta. Nella conferma che segue, distinguiamo tre punti: l’effetto che la visione ebbe sul profeta fu quello di incutere in lui timore e di abbassarlo fino a terra (Isaia 6:5); il conforto che Isaia ricevette, grazie al quale fu risollevato (Isaia 6:6-7) e la ratifica del suo incarico (Isaia 6:8-13).

 

Il timore di Dio

Lo sgomento e lo stupore di Isaia sono descritti nel modo seguente:

a) mediante un’esclamazione: «Guai a me»;

b) mediante un commento sulla propria condizione di grande miseria: «Sono perduto»;

c) mediante un riferimento alla propria impurità ed a quella del popolo in mezzo al quale dimorava: «Io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure»;

d) mediante un riferimento alla visione di Dio: «Allora io dissi: “Guai a me, sono perduto!”».

La prima cosa che dobbiamo notare è lo sgomento e l’elevazione spirituale a cui il Signore portò il suo profeta. Dio non agì con ira verso Isaia, bensì con amore. Non venne in giudizio contro di lui a causa del suo peccato, ma manifestò la sua misericordia. Infatti, Dio volle infondere questo timore nel cuore del suo servo allo scopo di fare di lui un vero profeta ed un messaggero fedele. A prima vista, il modo d’agire del Signore può sembrare incomprensibile, ma Dio fece tremare Isaia, lo sconvolse e lo stupì al fine di incoraggiarlo a svolgere il suo ministero con zelo ed integrità. Non dobbiamo essere sorpresi, perché questo è il modo in cui Dio opera! Questo metodo ci insegna che tutti i veri ministri, specialmente coloro che sono chiamati a proclamare i messaggi più importanti, prima di tutto devono possedere un grande senso del timore di Dio, affinché siano coscienti della grandezza dell’incarico che è stato loro affidato. Sì! Devono aver sperimentato quel senso di stupore e sgomento che, allo stesso tempo, è sempre accompagnato da una profonda ammirazione per la gloria di Dio. Siccome essi devono essere i suoi ambasciatori, maggiore sarà il timore e l’umiliazione davanti alla visione della maestà di Dio ed alla realtà della propria miseria, tanto maggiore sarà la certezza che essi sono stati veramente chiamati da Dio ad una posizione onorevole nella sua chiesa. Molti si fanno avanti, aspirando ad un simile incarico, senza avere nel cuore un profondo timore di Dio, ma costoro non sono stati chiamati dal Signore come lo fu il profeta Isaia.

Non fu solo Isaia a sperimentare questo senso di sgomento e di meraviglia alla presenza di Dio. Infatti, ogni qualvolta Dio chiama i suoi servi, innanzi tutto incute in loro timore e stupore. Questo è evidente, ad esempio, nel caso di Mosè (Esodo 3:11), di Geremia (Geremia 1:6) e di Paolo (Atti 9:6). Il motivo per cui il Signore opera in questo modo è chiaro: l’uomo è essenzialmente incline a confidare troppo in se stesso. Dio, allora, nella sua sapienza mette un freno all’orgoglio ed alla corruzione umana ed umilia la creatura per impedirle di essere presuntuosa e di gloriarsi in se stessa. Un ministro, inoltre, deve insegnare al gregge a temere ed a riverire il Signore. Ma come può insegnare queste cose ad altri se la sua stessa coscienza non conosce il timore di Dio ed il suo orgoglio non è mai stato schiacciato dalla maestosa visione della gloria e della santità di Dio?

La chiamata al ministero è anche molto onorevole, specialmente gli uffici straordinari di cui leggiamo nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Per questo motivo, un ministro è continuamente in pericolo di compiacersi di se stesso. Ecco perché Paolo avverte Timoteo che colui che aspira al ministero non deve essere un credente convertito di recente; altrimenti, diventando “presuntuoso”, cadrebbe “nella condanna inflitta al diavolo” (I Timoteo 3:6). Con queste parole, l’apostolo voleva mettere in evidenza che l’orgoglio è una delle più grandi tentazioni a cui vanno incontro i ministri, a motivo della dignità del servizio che prestano. Al fine di prevenire questo pericolo, Dio, nella sua misericordia, ha voluto che tutti i veri ministri siano, in un modo o nell’altro, umiliati e svuotati di se stessi. Essi devono essere posti di fronte alla santità di Dio, alla propria malvagità e devono prostrarsi davanti al Signore con timore e tremore! Solo così si umilieranno ai piedi di Cristo e rinnegheranno se stessi interamente, riconoscendo che sono ciò che sono soltanto per la grazia di Dio! E solo così si affideranno completamente all’opera della grazia divina confidando soltanto nel Signore!

Questa dottrina è molto rilevante per tutti i ministri, ma principalmente per noi che siamo all’Università[4]. È come se tutti noi fossimo in un seminario. Molti di noi, per grazia di Dio, si stanno preparando ad entrare nel ministero, altri già lo stanno esercitando. Quante occasioni abbiamo di gonfiarci e di essere vanagloriosi! Gli anni passano e diventiamo più maturi, le nostre responsabilità aumentano, così come la nostra conoscenza, il nostro onore, la nostra reputazione e la stima di cui godiamo! A molti di noi Dio concede abbondantemente i suoi doni, ma sopraggiungono molte tentazioni che solleticano la nostra concupiscenza. Così, spesso, corriamo il pericolo di voler intrattenere un concetto troppo alto di noi stessi. O fratelli! Ricordiamoci che la meta verso la quale corriamo non è umana e terrena! Il nostro fine è quello di salvare le anime e le armi della nostra guerra non sono carnali (II Corinzi 10:4) come, invece, lo sono l’orgoglio, la vanità e la presunzione!

Se desideriamo diventare degli strumenti per la gloria di Dio ed essere usati per la salvezza delle anime, allora è bene iniziare rivolgendo la nostra attenzione non all’onore implicito a tale chiamata, bensì ai pericoli che corriamo intraprendendo tale corso! È bene che ci umiliamo sotto la potente mano di Dio, affinché egli ci innalzi a suo tempo (I Pietro 5:6). Non ribelliamoci quando Dio usa una qualsiasi occasione per umiliarci, quando siamo sottoposti dall’esterno a sofferenze e dall’interno a tentazioni. Rallegriamoci quando siamo abbassati al punto da gridare, insieme ad Isaia, per l’afflizione del nostro spirito: «Guai a me, sono perduto»! Se, invece di sottometterci alla disciplina del Signore, saremo orgogliosi e confideremo nelle nostre capacità, nei nostri doni o nella nostra conoscenza, commetteremo l’errore di combattere un combattimento spirituale con armi carnali. Potete essere certi che se assumeremo un tale atteggiamento, il nostro ministero sarà inutile nella chiesa. Potremo essere riveriti dagli uomini e soddisfare la nostra brama carnale di prestigio ed onore, ma la nostra predicazione non avrà alcuna efficacia nel salvare i peccatori! Coloro le cui parole illuminano nella verità e che possono rivolgere parole di benedizione e conforto, sono quelli che ripetono spesso a se stessi: «Guai a me, sono perduto»!

Ma andiamo avanti. Osserviamo che di fronte a questa visione della santità e della gloria di Dio, Isaia esclama: «Guai a me». Queste parole esprimono un grande sgomento, un senso di colpa che porta quasi alla disperazione. Il profeta non credeva all’intercessione degli angeli e dei santi in favore dei peccatori. Se così fosse stato, egli non avrebbe gridato alla visione della maestà di Dio: «Guai a me». Si sarebbe invece consolato pensando: «Chiederò a Mosè, a Samuele o a Davide di pregare questo Dio che è troppo glorioso per me». Oppure: «Ecco qui i santi angeli e i serafini. Essi vedono il mio bisogno e la situazione in cui mi trovo. Chiederò a loro di parlare a questo Signore che è troppo potente e glorioso per me, affinché io non perisca». Vedendo il Signore apparire in maestà e temendo la sua giusta ira (Isaia sapeva di essere colpevole e conosceva la corruzione del proprio cuore), senza nessuna speranza e senza pensare affatto all’aiuto che gli potesse giungere da una qualsiasi creatura, il profeta grida: «Guai a me»!

Infine, notiamo che questo servo di Dio esclama: «Sono perduto»! Quest’espressione esce dalle labbra di chi è stato profondamente  umiliato ed abbassato fino a terra. Isaia dimostra di essere nella stessa condizione di un povero peccatore che è stato umiliato dalla predicazione della legge, che gli ha mostrato i suoi peccati ed il grande pericolo in cui si trova a causa del giusto giudizio di Dio. Da questo impariamo che la chiamata al ministero è un’esperienza simile alla conversione. L’opera che Dio compie quando chiama un individuo a svolgere questo servizio, è di poco inferiore a quella mediante la quale chiama un peccatore al ravvedimento. Quando Dio rivela il suo amore al peccatore, prima di concedergli grazia in Cristo lo umilia profondamente. Allo stesso modo, prima di onorare il profeta affidandogli il compito di predicare la sua parola, il Signore lo umilia e lo abbassa ponendolo di fronte alla visione della sua maestà e della sua propria miseria.

Affermo queste verità contro coloro che considerano la chiamata al ministero con superficialità ed esercitano l’ufficio sacro come se fosse una cosa da poco! Affermo queste cose contro coloro i cui scopi sono materiali, oppure volti ad innalzare se stessi in questo mondo! Alcuni pensano che se si possiedono la conoscenza, i titoli di studio e l’età necessaria, si è qualificati per il ministero. Ma, ahimè! Questo non è tutto ciò di cui si ha bisogno! È necessario avere una qualifica ben più grande! Chi aspira al ministero deve essere umiliato e abbassato fino a terra dalla visione della santità di Dio, della grandezza di questa chiamata e della propria indegnità davanti a Dio ed agli uomini! Egli deve essere convinto del fatto che la chiamata al ministero è l’opera più grande che Dio compie nella chiesa, dopo la conversione di un peccatore! In effetti, queste due esperienze spirituali si assomigliano. Come un peccatore quando si converte, il predicatore quando è chiamato griderà costernato: «Guai a me, sono perduto»!

Quindi, così come si sbagliano di grosso coloro che pensano che la santificazione sia sufficiente a qualificare un uomo affinché sia in grado di esercitare il ministero, indipendentemente dall’acquisizione di una certa conoscenza, allo stesso modo s’ingannano coloro che ritengono che certe qualità esteriori siano sufficienti, indipendentemente da un’opera simile a quella che il Signore ha compiuto nel profeta Isaia.

 

Il profeta impuro

Le affermazioni del profeta che abbiamo appena considerato, sono seguite dalla sua confessione: «Io sono un uomo dalle labbra impure».

Vi sono due cose che generano in lui timore. In primo luogo, la propria corruzione e l’impurità del suo popolo. Egli confessa il proprio peccato: «Io sono un uomo dalle labbra impure», cioè: «Io sono un uomo misero e pieno di peccato, perciò ho paura e temo di stare alla presenza di Dio; non ho il coraggio di guardare il Signore a causa dei miei peccati». Ci si potrebbe chiedere come poteva il profeta dire onestamente queste cose. Egli era un uomo santo, giustificato alla presenza di Dio mediante la sua fede nel Messia e santificato per mezzo del ravvedimento. Come può un uomo che è stato giustificato e santificato dire di essere impuro? Isaia, certamente, era stato giustificato e santificato; perciò, in questo passo, egli non sta confessando nessun grave peccato commesso a danno della pubblica testimonianza della chiesa. Il profeta di Dio sta confessando di avere una natura corrotta a causa della presenza del peccato. Come nel caso di ogni altro uomo, anche la sua natura è “un oceano d’iniquità” di cui si diventa consapevoli quando ci si trova alla presenza del Signore stesso.

In secondo luogo, egli confessa i peccati che aveva effettivamente commesso nel corso della propria vita. Probabilmente si trattava di peccati di omissione più che di trasgressioni nel senso comune del termine. Non abbiamo evidenze che ci permettono di affermare che Isaia si fosse reso colpevole di qualche grave peccato. Perciò, se non abbiamo alcuna testimonianza a riguardo, l’amore ci insegna che non dobbiamo immaginarceli. È più verosimile che il suo lamento sia riferito a delle mancanze di minore importanza o a delle negligenze nello svolgimento del ministero. Ad esempio, egli potrebbe non aver predicato al popolo quando, invece, avrebbe dovuto farlo. Potrebbe aver proclamato la Parola di Dio di malavoglia e non volenterosamente. Oppure potrebbe aver avuto il desiderio di non predicare più a causa della durezza e della disobbedienza del popolo. L’ostinatezza e la disubbidienza dei Giudei rendevano difficile lo svolgimento del mandato che il profeta aveva ricevuto, come accadde anche nel caso di Geremia. Può darsi che Isaia mancasse di zelo e di coraggio. Queste cose, o altre simili, erano la causa del suo timore. I richiami della coscienza per questi peccati, lo indussero a gridare che non poteva resistere alla presenza di Dio.

La confessione di Isaia ci insegna, prima di tutto, che i ministri del Vangelo dovrebbero avere una coscienza molto sensibile. Essa dovrebbe richiamarli non solo quando commettono gravi peccati, ma anche quando si rendono colpevoli di mancanze meno appariscenti e, apparentemente, più insignificanti. Un ministro della Parola dovrebbe sforzarsi, secondo la chiamata ricevuta, non soltanto di essere puro da grandi iniquità, ma anche da trasgressioni meno vistose e dalla negligenza. Infatti, ciò che nel caso di un altro credente sarebbe giudicato come un piccola mancanza, per un ministro è una grande colpa, e ciò che ad altri potrebbe essere perdonato, nel caso di un servo di Dio non potrebbe esserlo!

Coloro che sono stati chiamati al ministero, devono badare attentamente a se stessi. Essi devono agire con saggezza privandosi, se è necessario, anche di ciò che è loro lecito, per evitare che la loro libertà diventi un’occasione di peccato per altri. Essi devono fuggire anche quei peccati che sono considerati meno gravi, affinché non rovinino la loro testimonianza e non diventino un peso per la sua coscienza. Di conseguenza, un ministro non sarà mai “troppo attento” alle proprie parole, a come si comporta quand’è a tavola, alle compagnie che frequenta, al modo in cui spende il proprio tempo libero, al proprio abbigliamento ed ai propri atteggiamenti, perché in lui i piccoli peccati diventano grandi! A questo riguardo, i ministri del Vangelo devono imparare ad insistere “in ogni occasione favorevole e sfavorevole”, devono convincere, rimproverare, esortare “con ogni tipo di insegnamento e pazienza” (II Timoteo 4:2), nel bene e nel male, nei momenti facili ed in quelli difficili, quando i loro ascoltatori lo accettano e quando non lo accettano, quando si sottomettono e sono rispettosi, ma anche quando sono critici ed irriverenti perché non vogliono sottomettersi alla Parola di Dio. Il servo di Dio deve dimostrarsi diligente in ogni occasione, perché anche la più piccola negligenza nell’adempiere il proprio dovere sarà, come per il profeta Isaia, motivo di rimorso e di vergogna al cospetto di Dio.

In secondo luogo, se dei peccati che generalmente sono considerati di poco conto affliggevano il profeta, cosa dovremmo pensare di quei ministri che rimangono indifferenti di fronte a peccati folli e scandalosi? Se i più piccoli peccati costituivano un peso insopportabile per la coscienza di quest’uomo di Dio, quanto più la mancanza di autocontrollo, l’avidità, l’inospitalità, la concupiscenza, l’ignoranza, la pigrizia, l’assentarsi dal gregge, ed altri peccati gravi come questi, dovrebbero opprimere e rattristare l’anima di chi li commette? Sicuramente, quando Dio visiterà questi ministri la loro condizione si rivelerà terrificante! Non si potrebbe essere in una situazione più miserabile di quella di un ministro che non assolve al proprio servizio con la dovuta serietà! Sebbene predicatori superficiali ed immorali possano, al presente, vivere una vita apparentemente felice e priva di ogni timore, quando Dio li visiterà anch’essi grideranno terrorizzati: «Guai a me, sono perduto»! Inoltre, se dei peccati tanto insignificanti sopraffecero la coscienza del profeta Isaia in questo modo, in quale misero stato si trova quella di quei ministri che non si ravvedono di fronte alla loro giornaliera negligenza e noncuranza? O diremo che la coscienza del profeta era esageratamente sensibile, oppure dobbiamo ammettere che la nostra si è indurita ed è diventata insensibile.

L’esperienza di Isaia è di grande conforto per quei ministri che possiedono delle coscienze sensibili. Dov’è il servo di Dio che non scorge peccati o difetti in sé? Dov’è il predicatore che non è dispiaciuto a causa della propria insufficienza? Dov’è l’araldo del Vangelo che spesso non esclami: «Guai a me»? Se, come l’antico profeta, abbiamo ricevuto la grazia di vedere la nostra iniquità e fragilità, non dobbiamo essere per questo scoraggiati! Anzi, rallegriamoci nel Signore per la sua misericordia! Non abbiamo motivo di passare il tempo autocommiserandoci, ma dobbiamo ringraziare Dio per averci aperto gli occhi su ciò che siamo realmente! Ogni ministro del Vangelo, nel vedere e nel lamentare la misera condizione spirituale in cui si trova, dovrebbe imparare a sentirsi benedetto tanto quanto Isaia.

Più un pastore è sensibile ai suoi peccati, anche a quelli più piccoli, più assomiglia ai profeti del passato e più sarà gradito al Signore. Il suo dovere è quello di insegnare ai membri della propria chiesa ad aborrire non solo i peccati più grossolani, ma ogni tipo di trasgressione. Ora, come potrà adempiere al proprio dovere se egli stesso non detesta l’iniquità? Ci sono predicatori così sensibili verso il peccato che scorgono nel proprio cuore dei mali che gli altri non riescono a vedere. Costoro elevano un lamento a Dio contro se stessi, mentre le persone che li circondano non riescono a vedere alcuna mancanza in loro e li reputano irreprensibili. Quando colui che sale sul pulpito si gloria continuamente della grazia che ha ricevuto, dei doni e della santità di cui è partecipe, egli condanna se stesso e dimostra quanta corruzione ancora sia presente in lui. Per i veri uomini di Dio, le più piccole negligenze e trasgressioni sono come delle profonde ferite che fanno sanguinare il cuore! I peccati che altri giudicano insignificanti, per loro sono dei pesi insopportabili! Ricordatevelo: un vero servo di Dio è un uomo dalla coscienza sensibile.

A questo punto, osserviamo che Isaia si lamenta in particolare a causa dell’impurità della propria bocca: «Io sono un uomo dalle labbra impure». Perché si duole dell’impurità delle proprie labbra e non di quella del proprio cuore, delle proprie mani, o di qualche altra parte del proprio corpo? Forse queste non erano impure? Sì, sicuramente in parte lo erano. Non aveva di che lamentarsi su tutto il suo essere? Si, ma siccome era un profeta, il suo dovere richiedeva specialmente l’uso della parola. Un ministro è un interprete (Giobbe 33:23) che intercede per il popolo davanti a Dio in preghiera e parla da parte di Dio al popolo mediante la predicazione. Il pastore è, allo stesso tempo, la bocca di Dio e la bocca del popolo! La lingua di un ministro è la parte del suo corpo che deve essere usata come strumento principale per la gloria di Dio. La bocca del profeta deve onorare Dio più di ogni altro membro del corpo. Ogni uomo dovrà rendere conto di se stesso per il modo in cui ha risposto alla chiamata che gli è stata rivolta. Perciò, l’onore o il disonore di un ministro dipendono dal modo in cui impiega la propria bocca. Isaia trema alla presenza di Dio e si raccoglie in se stesso. La sua coscienza lo richiama per i peccati più gravi riguardo al modo in cui ha svolto il suo ministero, per questa ragione si rammarica dell’impurità delle proprie labbra.

Da queste riflessioni impariamo molte cose importanti. Innanzi tutto, la falsità della dottrina del Cattolicesimo Romano che attribuisce un grande valore ai meriti dei santi. Il profeta Isaia, sebbene fosse stato veramente giustificato e straordinariamente santificato, non ebbe il coraggio di stare di fronte a Dio; eppure, il Signore gli si manifestò solo in modo parziale! Isaia era tanto lontano dal vantarsi dei propri pregi al punto che esclama: «Guai a me, sono perduto»! Come potremo noi, che non siamo migliori di lui (anzi, siamo peggiori di molto!) resistere alla presenza di Dio nel giorno del giudizio, di fronte alla piena rivelazione della sua infinita gloria, santità e giustizia? Per questo motivo dovremmo essere come Isaia, che alla presenza di Dio si abbassava e si dispiaceva di se stesso, anche per la più piccola impurità delle proprie labbra. Di che cosa potremmo vantarci davanti a Dio? Una valutazione adeguata della nostra corruzione, che certamente è maggiore di quella dell’antico profeta, annulla ogni vanto ed ogni presunzione di essere giusti e santi al cospetto di Dio. È molto triste vedere quale importanza attribuiscono gli aderenti alla chiesa Cattolico Romana ai propri meriti. Costoro, accecati dalla menzogna, molto raramente esaminano seriamente loro stessi alla luce della Parola di Dio. Se lo facessero, la consapevolezza della loro corruzione li libererebbe per sempre dall’illusione di poter far affidamento sui meriti dell’uomo per ottenere il favore divino e la grazia. È fuor di dubbio che se coloro che professano la fede Cattolico Romana cessassero di affidarsi alla giustizia umana e cominciassero ad esaminare loro stessi alla luce del volto di Dio e davanti alla sua perfetta santità, smetterebbero anche di gloriarsi nei santi e di affidare loro la salute della propria anima!

 Inoltre, il profeta è addolorato a causa dell’impurità delle proprie labbra che considera un peccato particolarmente grave in relazione alla chiamata che gli è stata rivolta. Questo passo insegna a tutti coloro che predicano, a lottare con tutta la forza per evitare di peccare con la propria bocca e per impiegarla fedelmente nella proclamazione del Vangelo. Se apriremo le nostre labbra per pronunciare parole di grazia alla gloria di Dio, trarremo dal nostro servizio grande consolazione, ma se abuseremo del talento che il Signore ci ha affidato, l’impurità delle nostre bocche sarà il più grande peso che dovremo sopportare. È vero: un ministro non può assolvere al suo dovere senza essere ospitale, pacifico e senza compiere altre opere di carità. Tuttavia, se non ha “una lingua pronta, per aiutare con la parola chi è stanco”, egli è privo della virtù necessaria per glorificare Dio mediante lo svolgimento del ministero cristiano! Se un pastore non predica, ed annuncia il Vangelo fiaccamente o con superficialità, sta abusando delle proprie labbra e dimostra di non avere una coscienza sensibile. Come può, un tale, aspettarsi una benedizione da parte di Dio o la sua consolazione? La conclusione che ogni ministro del Vangelo dovrebbe trarre è questa: se egli possedesse tutte le virtù e le qualità che rendono un individuo degno di stima, ma le sue labbra fossero impure perché non predica, o lo fa con superficialità e pigrizia, la sua coscienza sarebbe macchiata e tremendamente oppressa alla presenza di Dio. Nonostante tutte le proprie virtù, giungerà il tempo in cui griderà ancora più travagliato di Isaia: «Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure».

La seconda parte è stata pubblicata sul numero 4 del 1998 (anno I)

 

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[1] Quello che segue è un capitolo tratto da The Calling of the Ministry, pubblicato la prima volta nel 1605. Secondo il professor Sinclair Ferguson, la predicazione di William Perkins ha avuto un “enorme impatto” su diverse generazioni di predicatori. Il suo esempio, infatti, è stato il modello emulato da ministri del Vangelo del calibro di John Cotton, Thomas Goodwin, John Preston e Richard Sibbes, per citare solo alcuni nomi. Questo estratto è parte del libro The Art of Prophesying, la cui versione riveduta è stata pubblicata dall’editore Banner of Truth di Edimburgo nel 1996.  

[2] Per una definizione di chiamata ordinaria e straordinaria, vedi Giornale di pratica pastorale 2, Roma, Sentieri Antichi, 1998, pp. 2-3.

[3] Queste riflessioni dimostrano come molti problemi abbiano sempre afflitto e messo in difficoltà la chiesa del Signore. Oggi è molto importante riflettere attentamente su quanto afferma Perkins. Oggi più che mai è necessario avere discernimento per saper giudicare in modo corretto chi vorrebbe farci credere di essere stato “ispirato” direttamente da Dio, di aver ottenuto delle “rivelazioni” particolari e di aver ricevuto una chiamata straordinaria dal Signore.   

[4] Perkins fa riferimento all’Università di Cambridge, dove studiò per molti anni e dove predicò in moltissime occasioni durante il suo ministero che durò dal 1584 fino alla sua morte, nel 1602.