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IL MINISTRO DEL VANGELO E LA CONFESSIONE DEI SUOI PECCATI [1]
(PRIMA PARTE)

Horatius Bonar

 

Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti, e compi le opere di prima; altrimenti verrò presto da te e rimoverò il tuo candelabro dal suo posto, se non ti ravvedi.

Apocalisse 2:5

Nell’anno 1651, la Chiesa di Scozia si rese conto di “quanto fosse malvagia la condotta dei suoi ministri e del fatto che essi non avessero la benché minima consapevolezza dei giudizi che si erano abbattuti sulla nazione”. Per questo motivo fu compilata quella che venne chiamata “un’umile confessione dei peccati da parte dei ministri del Vangelo”. Si tratta di un documento impressionante e rigoroso che rappresenta, probabilmente, una delle confessioni dei peccati connessi col ministero pastorale più complete, fedeli e imparziali mai stilate. Ne forniremo alcuni stralci che serviranno ad introdurre appropriatamente questo capitolo sulla confessione del ministro del Vangelo.

Nel principio del documento si fa menzione dei peccati commessi prima di entrare nel ministero: «Non c’è stato ravvedimento in relazione alla superficialità e alla profanità nella condotta, le quali non si addicono alla santa chiamata al pastorato. Spesso, prima di entrare nel ministero, non v’è stato alcun impegno nel cercare di essere trovati in Cristo; così non s’è posseduta la conoscenza e l’esperienza del mistero del Vangelo, prima di predicarlo agli altri. Si è trascurato di prepararsi all’opera del ministero mediante il progresso nella preghiera e nella comunione con Dio. Inoltre si sono messi da parte altri mezzi e altre opportunità che avrebbero favorito un ministero efficace; eppure non c’è stato cordoglio per queste negligenze. Non si è praticata la rinuncia a se stessi portando ogni giorno la croce, morendo al mondo e alla concupiscenza. Non ci si è preoccupati di coltivare l’orrore per il peccato e per la miseria che da esso deriva, né si è combattuto contro la corruzione esercitando la mortificazione di sé e la sottomissione dello spirito».

Parlando poi del modo in cui molti hanno intrapreso il ministero il documento afferma: «S’intraprende il ministero senza curarsi di possedere effettivamente un mandato di Gesù Cristo; perciò molti hanno corso senza essere stati mandati! Molti sono entrati nel ministero senza un vero amore per Cristo e senza il desiderio di onorare Dio conquistando i peccatori al regno dei cieli, avendo piuttosto la brama di acquistarsi un nome e di guadagnarsi da vivere, benché al momento dell’ammissione si faccia una solenne dichiarazione in cui si afferma il contrario».

La confessione prosegue con i peccati commessi dopo aver intrapreso il ministero: «La mancanza di conoscenza di Dio e di una comunione intima con lui. Lo scarso interesse manifestato per Dio nella lettura, nella meditazione e nella condotta. Il grande egoismo in tutte le nostre azioni, la fiducia riposta in noi stessi e il calcolo del nostro tornaconto. Il disinteresse per il fatto che gli altri siano negligenti e profani; anzi la soddisfazione, se non addirittura la gioia, per i loro errori. Non proviamo piacere in ciò da cui dipende la nostra più intima comunione con Dio, siamo incostanti nel nostro cammino con Dio e non lo riconosciamo in tutte le nostre vie. Nell’adempimento dei nostri doveri, ci curiamo poco delle cose che gli altri non possono vedere. È raro che ci ritiriamo per pregare Dio nel segreto, se non nei casi in cui dobbiamo prepararci ad apparire in pubblico, e anche in questo caso siamo spesso trascurati e molto superficiali».

 

La soddisfazione di trovare delle scuse
La confessione continua implacabile: «Ci rallegriamo di trovare delle scuse per giustificare la nostra negligenza. Non leggiamo le Scritture in segreto per edificare la nostra fede di cristiani, ma lo facciamo soltanto per prepararci a compiere il nostro dovere di ministri e spesso trascurando di fare anche questo. Non ci soffermiamo a riflettere sulle nostre azioni e non permettiamo che la convinzione di peccato compia appieno la sua opera in noi. Inganniamo noi stessi confidando nel fatto che ci asteniamo dal male, ma questo accade solo in virtù della luce naturale della coscienza, che noi riteniamo invece un’evidenza di una reale rigenerazione. Il modo in cui vegliamo e custodiamo il nostro cuore è insufficiente e l’esame di noi stessi superficiale. Queste cose ci fanno essere ignoranti circa noi stessi e alieni da Dio. Non vigiliamo sui peccati volontari e non combattiamo contro quelli predominanti in noi. Siamo trascinati dalle tentazioni del momento, ossia da quelle che dipendono delle nostre inclinazioni o dalle compagnie, con estrema facilità».

E ancora: «Per timore di persecuzioni, pericoli o disprezzo, siamo stati instabili e pieni d’esitazione nel camminare nelle vie di Dio. A causa del timore di gelosie e del disprezzo altrui, siamo venuti meno ai nostri doveri. Non ci siamo rallegrati di essere stati vituperati per amore della croce e del nome di Cristo, ma abbiamo piuttosto scansato, con egoismo, le sofferenze. Siamo stati spiritualmente indifferenti, nonostante tutti i giudizi che Dio ha manifestato verso il nostro popolo; infatti abbiamo attribuito, sia individualmente sia nelle nostre famiglie, poca importanza all’umiliazione segreta e al digiuno allo scopo di fare cordoglio per le nostre colpe, per quelle della nazione e per l’apostasia generale. Abbiamo dato poco spazio all’umiliazione pubblica e abbiamo preferito cercare il piacere sebbene Dio ci chiamasse ad umiliarci. Non ci siamo preoccupati delle tristi e gravi sofferenze sopportate dal popolo di Dio all’estero, né per la mancanza di un progresso in mezzo ad esso del regno di Gesù Cristo e della potenza della vera fede. Siamo stati degli ipocriti raffinati: abbiamo cercato di apparire quello che in realtà non siamo; abbiamo imparato il linguaggio di Sion e non la condotta dei veri Israeliti senza frode; abbiamo confessato i nostri peccati in modo fittizio, senza pentirci davvero; abbiamo denunciato il peccato senza essere addolorati per esso. La nostra confessione dei peccati è stata spesso insignificante, perfino quando siamo stati profondamente convinti di essere colpevoli. Dopo aver riconosciuto le nostre colpe e fatto dei solenni proponimenti davanti a Dio, non siamo stati disposti ad abbandonare i nostri idoli, e questo accade perché ci riteniamo a posto dopo la confessione. Siamo più pronti a cercare le colpe degli altri e a puntare il dito contro di loro, anziché vedere ed affrontare le nostre. Giudichiamo la nostra condizione in base alla stima che gli altri hanno di noi e, a nostra volta, stimiamo le persone nella misura in cui concordano con noi o dissentono da noi».

La confessione continua: «Non siamo intimoriti dalle prove, ma riteniamo di poterle affrontare con le nostre forze senza essere smossi. Non impariamo a tremare per le cadute di uomini pieni di grazia, né facciamo cordoglio per loro. Non ci accorgiamo di particolari liberazioni o punizioni, né sappiamo trarre da esse insegnamento per onorare Dio ed edificare noi stessi e gli altri. Non siamo capaci di fare cordoglio per la corruzione della nostra natura, tantomeno gemiamo in noi stessi bramando di essere liberati da questo corpo di morte e dalla radice amara da cui procedono tutti i mali. Teniamo delle infruttuose conversazioni ordinarie con gli altri, vòlte a produrre il peggio anziché il meglio. Sprechiamo il tempo da stolti, dando retta a discorsi inutili e fuori luogo, i quali non si addicono a dei ministri del Vangelo. I buoni propositi fioriti per la fedeltà di altre persone rinsecchiscono per causa nostra. Coltiviamo una familiarità carnale con uomini inconvertiti, empi e pieni di cupidigia, il che contribuisce al loro indurimento, fa inciampare il popolo di Dio e indebolisce molto la nostra fede».

 

Si ama il piacere più di Dio
I ministri che redissero questo documento volevano andare fino in fondo, perciò continuarono: «Non abbiamo coltivato la comunione con quelle persone dalle quali avremmo potuto trarre profitto; abbiamo preferito avere a che fare con coloro che potevano aiutarci a migliorare i nostri talenti, piuttosto che con coloro che ci avrebbero edificato con le loro grazie. Non abbiamo cercato delle opportunità di fare del bene ad altri. Abbiamo evitato la preghiera e molti altri doveri quando sapevamo di essere stati chiamati a compierli, preferendo trascurarli piuttosto che disporci volenterosamente ad assolverli. Abbiamo abusato del tempo dedicandoci a ricreazioni e passatempi, amando i piaceri più di Dio. E che dire delle conversazioni spirituali? Quanto poco tempo abbiamo dedicato a discorsi relativi al regno di Dio con altri credenti! Nel giorno del Signore abbiamo tenuto discorsi ordinari sulle cose di quaggiù. Inoltre, abbiamo attribuito poca importanza ai moniti e alle esortazioni rivolteci da qualche membro della nostra chiesa o da qualche credente di fuori, ritenendoci superiori oppure vergognandoci di ricevere luce e istruzione da semplici cristiani. Abbiamo nutrito antipatia o, peggio, avversione per coloro che ci hanno parlato apertamente ammonendoci e correggendoci, e non siamo stati onesti con coloro che ci vorrebbero liberi dai nostri difetti».

Più oltre leggiamo: «Non siamo abituati a pregare per coloro che hanno un’opinione diversa dalla nostra e siamo chiusi e distaccati nei loro confronti, preferendo parlare di loro anziché a loro o a Dio intercedendo per loro. Non siamo sensibili verso gli altri quando falliscono in qualcosa, ma siamo piuttosto pronti a trarne vantaggio per giustificare noi stessi. Sparliamo e ridiamo degli errori altrui e non mostriamo alcuna compassione. Curiamo poco la nostra famiglia, soprattutto dal punto di vista spirituale, e non siamo in grado di essere un modello a cui le famiglie della chiesa possano ispirarsi. Spesso, a causa dell’ira, diamo in escandescenza, sia a casa nostra sia altrove. In noi abbondano la cupidigia, la mondanità e le passioni disordinate per le cose di questa vita, che sono causa di negligenza nei doveri attinenti alla nostra chiamata. Siamo poco ospitali e amiamo poco le membra di Cristo. Per questo non incoraggiamo gli altri all’amore e alle buone opere, e ci sono addirittura alcuni che, non sopportando la vera pietà, cercano di scoraggiare e di spegnere l’opera dello Spirito tra i santi».

 

Confidare in se stessi
«Non abbiamo mantenuto quell’entusiasmo che avevamo al principio del nostro ministero. Siamo stati molto trascurati nello studio e nella preparazione, o magari ci siamo dati solo al genere letterario e libresco, facendo dell’erudizione un idolo. Oppure abbiamo confidato nelle benedizioni che ci hanno assistito nel passato e abbiamo iniziato a pregare poco. Siccome confidiamo nei doni, nei talenti e nella nostra preparazione anziché in Dio, abbiamo provocato il Signore, il quale ha reso inefficaci i nostri discorsi ben ordinati ed eloquenti. Abbiamo nominato invano il nome di Cristo, cercandolo solo per essere aiutati a predicare nello Spirito e con potenza. Abbiamo pregato preoccupandoci di più del messaggero piuttosto che del messaggio, avendo premura di essere assistiti nelle nostre pubbliche performance senza alcun vero interesse per il successo della Parola. Non raccomandiamo a sufficienza a Dio in preghiera la sostanza di ciò che annunziamo, intercedendo affinché ciò che diciamo possa essere reso vivente per il suo popolo. Inoltre, abbiamo abbandonato l’abitudine di pregare dopo che la Parola è stata predicata».

Il documento continua affermando: «Quando predichiamo abbiamo paura di fare riferimento alle questioni pubbliche ed ai peccati contro la società degli uomini. Altri tra noi, invece, parlano troppo frequentemente e troppo inopportunamente di cose pubbliche e di questioni politiche. Ci siamo dimostrati inesperti e negligenti nel proclamare le insondabili ricchezze di Cristo e del nuovo patto, nonostante siano questi il grande argomento di studio e di predicazione di un ministro. Non è forse vero che parliamo di Cristo più per sentito dire che per conoscenza ed esperienza personale? Il nostro modo di predicare lascia trasparire troppo legalismo e manchiamo di sobrietà. Amiamo le novità, cosicché le verità più importanti ricevono poca attenzione e hanno poca influenza. Non sappiamo predicare Cristo con la sublime semplicità del Vangelo e non ci proclamiamo servi degli uomini per amore di Cristo. Predichiamo Cristo non con lo scopo che le persone possano conoscerlo, ma volendo dare l’impressione che noi sappiamo molto su di lui! Predichiamo Cristo senza avere un cuore rotto e col fervore di chi brama la sua presenza e la sua benedizione più di ogni altra cosa. Non predichiamo con quelle “viscere di misericordia” verso coloro che sono sulla via della perdizione. Abbiamo predicato contro i peccati della società non per salvare gli uomini dal peccato, ma piuttosto perché noi stessi ricavavamo qualche vantaggio dal parlare di questi mali».

 

L’atteggiamento verso gli oppositori
«Abbiamo mostrato asprezza, anziché zelo, nel parlare dei nostri oppositori, seppur settari e scandalosi; perciò ci siamo resi colpevoli. Non ci siamo applicati come avremmo dovuto a conoscere la condizione spirituale particolare delle persone, per poter parlare loro nel modo più conveniente, né abbiamo tenuto un quaderno o un registro dedicato a queste annotazioni, anche se siamo convinti della sua utilità. Non abbiamo selezionato accuratamente ciò che può essere predicato con maggiore profitto, e non abbiamo avuto la saggezza di applicare la verità secondo le diverse condizioni delle persone. Non abbiamo applicato con forza le dottrine che abbiamo esposto, né abbiamo parlato della verità di Dio con la riverenza che le si addice. Abbiamo scelto dei passi biblici sui quali volevamo dire qualcosa piuttosto che quelli più adatti ai bisogni della gente e dei tempi, predicando frequentemente sulle stesse cose per risparmiarci la fatica di nuovi studi».

«Abbiamo studiato, predicato e pregato in modo tale da allontanarci da Dio proprio nell’adempimento di quei doveri che ci dovrebbero avvicinare a lui! Tenendo lontano il pungolo della coscienza con delle scuse, siamo troppo presto soddisfatti del compimento dei nostri doveri, perché vogliamo assecondare i piaceri del corpo e sprecare il tempo nell’ozio. Attribuiamo troppa importanza alla nostra reputazione e al plauso della gente, essendo compiaciuti quando ne riceviamo e frustrati quando è assente. Abbiamo avuto timore di annunciare la testimonianza di Dio, lasciando che le persone morissero sotto il dominio del peccato senza avvertirle. Abbiamo assolto ai nostri doveri non per renderci approvati da Dio, bensì per non dover incorrere in alcuna censura. Non abbiamo fatto conoscere alla chiesa tutto il consiglio di Dio, soprattutto in tempi di sviamento. Non abbiamo cercato di trarre beneficio dalla dottrina che noi predicavamo o che altri hanno predicato, ma abbiamo parlato o ascoltato quasi sempre come se il messaggio non ci riguardasse. Non ci siamo rallegrati per la conversione dei peccatori, ma abbiamo reputato che il ristagno dell’opera del Signore si addicesse di più alle nostre capacità, temendo che se essa avesse prosperato non solo avremmo dovuto lavorare di più, ma avremmo anche avuto più nemici. È così che molti, con la loro predicazione e la loro condotta, annientano la potenza della pietà. Noi predichiamo preoccupandoci degli uomini e non come al cospetto di Dio, come dimostra l’impegno che mettiamo nel prepararci per parlare in modo da essere approvati da coloro che ci ascoltano regolarmente e anche da altri».

Consideriamo un ultimo passaggio: «Siamo stati negligenti, pigri e faziosi nelle visite agli ammalati. Se questi sono poveri ci andiamo una volta, e solo se siamo chiamati; se invece sono ricchi e importanti ci andiamo più spesso, anche senza essere chiamati! Non sappiamo parlare con una lingua pronta per aiutare con la parola chi è stanco. Siamo indolenti e negligenti nel catechizzare le persone. Non siamo abituati a preparare il nostro cuore e ad insistere presso Dio affinché benedica i nostri sforzi, poiché si ritiene che il ministero sia un compito ordinario e relativamente semplice. Invece, proprio per questa ragione, il nome del Signore è nominato invano e il popolo perisce per mancanza di conoscenza. Consideriamo questo compito un’opera troppo umiliante per noi, e così non ci abbassiamo a faticare per istruire il popolo del Signore come si conviene. L’istruzione che impartiamo è parziale e lacunosa; tralasciamo i ricchi e i più influenti, anche se molti di loro hanno generalmente grande bisogno di essere ammaestrati nella verità di Dio. E che dire dei poveri e degli ignoranti? Non siamo sensibili verso i loro bisogni, ma li riprendiamo spesso e aspramente».

Che confessioni solenni! Sono confessioni di uomini che hanno compreso la natura del ministero cristiano e che desiderano l’approvazione di colui che li ha chiamati, al fine di poter apparire davanti a lui con giubilo.

 

[1] Horatius Bonar (1808-1889) fu ministro del Vangelo in Scozia in un periodo molto florido per le chiese evangeliche. Quello che proponiamo è un estratto da Words to Winners of Souls, pubblicato la prima volta nel 1860.

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