Stai leggendo un articolo della Rivista di pratica pastorale
Horatius Bonar
Secondo l’esempio di questi nostri fratelli, cerchiamo di esse-re onesti con noi stessi. Le nostre confessioni non dovrebbero essere meno numerose e profonde.
Siamo stati infedeli
Il timore degli uomini e la brama del plauso
altrui ci hanno intimidito molte volte. Siamo stati infedeli nei confronti del
gregge, dei nostri conservi nel ministero e verso la nostra stessa anima. Siamo
stati infedeli sul pulpito, nelle visite, nella disciplina e nella cura della
chiesa. Abbiamo commesso delle gravi mancanze in ognuno dei doveri attinenti al
nostro ufficio: non siamo stati precisi e pratici nel denunciare il peccato,
riferendoci ad esso soltanto con vaghe allusioni; invece di richiami energici,
abbiamo fatto solo dei timidi accenni; non abbiamo condannato fermamente la
trasgressione, esternando solo una debole disapprovazione. Invece della
fermezza e della solidità di una vita santa, il cui tenore dovrebbe
rappresentare una protesta contro il mondo e una riprovazione del peccato, la
nostra condotta e il nostro rapporto con il prossimo sono segnati
dall’infedeltà, cosicché tutta la fedeltà di cui facciamo sfoggio nel giorno
del Signore è quasi del tutto vanificata dalla superficialità manifestata dalla
vita che viviamo gli altri giorni della settimana.
L’esempio di Ussher ed Edwards
Sono pochi gli uomini che hanno vissuto una
vita tanto consa-crata al servizio di Dio come James Ussher, arcivescovo
anglicano di Armagh, in Irlanda. Ogni cosa contribuiva a tenerlo impegnato:
l’istruzione, le abitudini di lavoro, la posizione e perfino le amicizie. La
sua anima sembrava sentire continuamente una voce che diceva: «Redìmi il tempo
perché i giorni sono malvagi». Fu convertito a dieci anni ascoltando un sermone
predicato su Romani 12:1: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di
Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio;
questo è il vostro culto spirituale». Egli fu un predicatore laborioso che espose
instancabilmente la Parola di Dio per cinquantacinque anni.
Ascoltiamolo sul letto di morte, allorché confidò nella giustizia di Cristo soltanto e vide in se stesso, perfino dopo questa vita, solo peccato e difetti: «Signore, perdona soprattutto i miei peccati di omissione». Implorava il perdono di Dio – narra il suo biografo – soprattutto per i peccati di omissione e lo faceva fervidamente, mentre esalava l’ultimo respiro, lui che non era mai stato colto a sprecare un’ora, ma che aveva impiegato gli ultimi ritagli della sua vita per il suo grande Signore e Maestro! Il giorno stesso che si ammalò di quella malattia che lo avrebbe condotto alla morte, egli interruppe la composizione di una delle sue grandi opere teologiche e andò a visitare una donna inferma, alla quale parlò in maniera così edificante e utile che sembrava averle parlato del cielo prima di esservi giunto. Eppure quest’uomo era oppresso dal senso delle sue omissioni!
Ascoltiamo ora la confessione del celebre Jonathan Edwards, il quale parla dei suoi peccati personali e di quelli attinenti al ministero:
Spesso, da quando son venuto a vivere in questa
cittadina, ho avuto delle percezioni molto sconcertanti della mia peccaminosità
e della mia abiezione, con tale frequenza ed intensità da farmi restare in una
specie di pianto convulso alle volte per lungo tempo, così che talora sono
stato costretto ad impormi il silenzio. Ho percepito in un modo assai più ampio
la mia malvagità e la cattiveria del mio cuore, come mai prima della
conversione. M’è sembrato sovente che se Dio dovesse manifestare la mia
iniquità, apparirei davvero come il peggiore di tutti gli uomini, di tutti
quelli che sono stati, dalla fondazione del mondo ad oggi e che meriterei di
gran lunga d’andare nelle profondità più abissali dell’inferno. La mia
malvagità, per quello che davvero sono, m’appare da molto tempo del tutto
inesprimibile, subissando ogni intendimento ed immaginazione, come un infinito
diluvio o come montagne che mi schiacciano il capo. Non saprei come esprimere
meglio in che modo mi appaiono i miei peccati se non sommando infinito ad
infinito e moltiplicando infinito per infinito. Spessissimo, in questi molti
anni, tali parole mi arrovellano il cervello e sono sulla mia bocca: «Infinito
su infinito! Infinito su infinito!». Quando guardo nel mio cuore e do uno
sguardo alla mia malvagità, essa m’appare come un abisso infinitamente più
profondo dell’inferno. Ultimamente ho sospirato a lungo per avere un cuore
afflitto e per essere prostrato davanti a Dio. Quando chiedo umiltà non posso
sopportare il pensiero di non essere più umile d’altri cristiani. Infatti, mi
sembra che il loro livello d’umiltà sia sufficiente per loro, ma che lascerebbe
me, che ho bisogno di essere il più mortificato di tutti, in uno spregevole stato
di autoesaltazione. Altri parlano della loro brama d’essere “umiliati sino alla
polvere”: questa potrebbe essere per loro un’espressione adeguata, ma io penso
sempre, per quanto mi riguarda, che dovrei dire – ed è un’espressione per me
naturale e che utilizzo in preghiera da molto tempo –: «Giacere infinitamente
prostrato davanti a Dio»[2]
Siamo stati carnali e poco spirituali
Il nostro stile di vita è stato mondano,
terreno e misero. Associandoci troppo e troppo spesso con il mondo, ci siamo
conformati in larga misura ad esso; perciò i nostri gusti sono stati alterati,
le nostre coscienze si sono addormentate e quella sensibilità di sentimenti –
che pur rendendoci più vulnerabili alle sofferenze, temeva ogni contatto con il
peccato – è andata perduta, cedendo il posto ad una certa apatia, della quale,
in tempi migliori, ci credevamo incapaci.
Forse possiamo ricordare il tempo in cui la nostra visione e i nostri obiettivi erano rivolti unicamente al regno di Dio e, confrontando quella condizione con quella presente, siamo impauriti dal doloroso cambiamento avvenuto. Oltre all’intimità con il mondo, altre cause hanno contribuito a questo deterioramento della nostra spiritualità: lo studio eccessivamente dogmatico ci ha fatto trascurare le discipline devozionali, privando la verità di Dio della sua freschezza e della sua potenza; l’occupazione quotidiana e abituale per adempiere i doveri del ministero ha generato formalità e freddezza; le necessità di conversare in privato con le persone sul loro benessere spirituale e di guidare le devozioni dei credenti nelle più svariate circostanze, essendo assolte separatamente dalla fede e da fervide preghiere, ci hanno spogliato di quella profonda riverenza e del santo timore che dovrebbero sempre pervadere il nostro spirito e governarci. Non sbaglieremmo a ripetere spesso e con convinzione: «Io sono carnale, venduto schiavo al peccato» (Romani 7:14). Il mondo non è stato crocifisso per noi, né noi lo siamo stati per il mondo e il vecchio uomo non viene mortificato. Quali tristi conseguenze ha portato tale mondanità! Non solo rispetto alla nostra anima e alla nostra crescita nella grazia, ma rispetto all’efficacia del nostro ministero.
Siamo stati egoisti
Di fronte alla fatica, alle difficoltà e alle avversità ci siamo tirati indietro. Perché? Non solo perché abbiamo ritenuto cara la nostra vita, ma anche per amore del benessere e delle
comodità temporali. Abbiamo soddisfatto il nostro amor proprio e non abbiamo
ubbidito all’ingiunzione apostolica: «Ciascuno di noi compiaccia al prossimo,
nel bene, a scopo di edificazione» (Romani 15:2). Non abbiamo portato «i pesi
gli uni degli altri» (Galati 6:2). Siamo mondani e avidi. Non abbiamo
presentato noi stessi a Dio come un sacrificio vivente, offrendo le nostre
sostanze, il nostro tempo, le nostre forze, le nostre facoltà e l’intero essere
nostro sul suo altare. Siamo diventati così ciechi che abbiamo perso
completamente di vista il principio della rinuncia a noi stessi, in base al
quale come cristiani, e ancor di più come ministri del Vangelo, dobbiamo sempre
agire. Abbiamo rimosso dalla nostra mente l’idea di sacrificio. Forse siamo anche disposti ad arrivare fino al punto in
cui ci viene chiesto un sacrificio, ma lì ci fermiamo, ritenendo non
necessario, o perfino poco saggio e imprudente, andare oltre. Eppure, la vita
di ogni cristiano, soprattutto quella di un pastore, non dovrebbe essere una
continua rinuncia, un continuo sacrificio, secondo l’esempio di colui che «non
compiacque a se stesso»?
Siamo stati pigri
Spesso abbiamo evitato di affaticarci e non
abbiamo voluto sopportare le angustie come dei buoni soldati di Cristo.
Predicando la Parola, abbiamo insistito nelle occasioni favorevoli, ma non in
quelle sfavorevoli. Non abbiamo cercato di sfruttare ogni ritaglio di tempo,
evitando di nutrire la nostra pigrizia e di essere infruttuosi. Ore e giorni
preziosi sono stati sprecati nell’ozio, nella vanità, nel piacere, nelle
letture inutili e dannose, mentre avrebbero potuto essere usati per curare la
comunione con Dio, per lo studio, per la preparazione di sermoni e per le
visite pastorali! Indolenza, indulgenza, incostanza e piacere carnale sono
stati come un cancro per il nostro ministero, che ha consumato la benedizione
divina annullandone la vitalità.
Di noi non si può dire: «Hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato» (Apocalisse 2:3). Ahimè! Siamo diventati fiacchi o quantomeno ci siamo stancati di fare il bene! Non abbiamo valutato adeguatamente il nostro lavoro, né abbiamo agito onestamente con la chiesa che ci ha ordinati al ministero. Abbiamo ingannato Dio, anche se ci professiamo suoi servitori! Abbiamo dimostrato poco di quell’amore che si dovrebbe manifestare mediante un servizio instancabile e la rinuncia a se stessi a beneficio del gregge affidato alla nostra cura. Ci siamo preoccupati di cibare noi stessi, ma abbiamo trascurato di nutrire il gregge.
Siamo stati freddi e indifferenti
Seppur diligenti, abbiamo mostrato poco ardore
e poco zelo. Non abbiamo compiuto i nostri doveri con tutto il cuore, e per
questo essi manifestano troppo formalismo e monotonia. Non parliamo con
solennità, né agiamo con fervore; anzi, le nostre parole sono deboli, anche
quando sono vere e salutari. Diamo l’impressione di essere disinteressati anche
se i nostri discorsi sono solenni. La ragione è che il nostro tono lascia
trasparire quell’apatia che tentiamo di nascondere con le parole e con lo
sguardo. Manca in noi un amore intenso per Dio e per il prossimo, quell’amore
profondo e forte come la morte che portò Geremia a piangere nel segreto per
l’orgoglio d’Israele e l’apostolo Paolo a parlare piangendo dei nemici della
croce di Cristo (Geremia 13:17; Filippesi 3:18). Che formalismo nella predicazione,
nelle visite pastorali, nel fornire direttive spirituali e nel dare
ammonimenti! Quale freddezza e che miseri sentimenti che dimostriamo! «Oh –
esclamava l’evangelista Rowland Hill –, che io sia tutto cuore! Che io proclami
il glorioso Vangelo di Cristo con tutta l’anima alle moltitudini che
periscono!».
Siamo stati timidi
La paura degli uomini ci ha indotti spesso a
ridurre o a genera-lizzare la verità, perché, se fosse stata proclamata nella
pienezza della sua gloria, essa ci avrebbe attirato addosso odio e disprezzo.
Per questa ragione non abbiamo dichiarato tutto il consiglio di Dio e non
abbiamo avuto il coraggio di convincere, di rimproverare e di esortare con ogni
tipo di insegnamento. Abbiamo avuto paura di alienare coloro che ci sono amici
e di suscitare l’ira dei nemici. Così abbiamo predicato la legge con debolezza
e superficialità e per lo stesso motivo la libera offerta del Vangelo è stata
ancora più vaga, incerta e timorosa. Se pensiamo al coraggio e alla nobiltà di
spirito che distinsero Lutero, Calvino, Knox e i grandi predicatori della
Riforma, non possiamo che sentirci mancanti. Di Lutero si è detto: «Ogni sua
parola era un fulmine!»; e le nostre parole, cosa sono?
Non siamo stati integri
Leggendo le vite dei predicatori puritani John
Howe e Richard Baxter, di Jonathan Edwards e di David Brainerd, siamo posti
dinanzi ad uomini che, per integrità di carattere e per serietà di
comportamento, appartenevano davvero alla scuola apostolica. Le loro parole e
la vita che vissero hanno segnato la loro generazione. Riflettiamo attentamente
sul contrasto che c’è tra noi e loro in relazione alla profondità e
all’integrità nella condotta e nella predicazione, le quali facevano avvertire
agli uomini che essi stavano camminando con Dio. Come dovremmo umiliarci
pensando alla nostra leggerezza, frivolezza e irriverenza, alla nostra vana
allegria, ai discorsi stolti e scherzosi che spesso facciamo e che hanno
danneggiato molti, ritardando il pellegrinaggio dei santi e favorendo le empie
vanità del mondo!
Abbiamo predicato noi stessi e non Cristo
Abbiamo cercato avidamente l’approvazione
dell’uomo, ab-biamo bramato l’onore, aspirando alla fama e custodendo
gelosamente la nostra reputazione. Abbiamo predicato troppo spesso esaltando
noi stessi e non abbiamo magnificato Cristo; piuttosto abbiamo attirato gli
sguardi degli uomini sulla nostra persona. Diversamente da Paolo, non abbiamo
determinato di non sapere altro «fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso».
Confessiamolo: non abbiamo spesso predicato Cristo allo scopo di acquistarci
onore? Cristo, le sue sofferenze in occasione della sua prima venuta e la
gloria della sua seconda venuta non hanno rappresentato “l’alfa e l’omega”, il
principio e la fine di ogni nostro sermone!
Abbiamo confidato nella sapienza umana
Abbiamo dimenticato la
risoluzione di Paolo di evitare i discorsi persuasivi di sapienza umana, per
non rendere vana la croce di Cristo. Il nostro proponimento e il nostro
atteggiamento sono stati diversi da quelli dell’apostolo, e abbiamo agito come se
con i nostri discorsi ben preparati, ben forbiti ed eloquenti, potessimo
riuscire a indorare ed abbellire la croce, così da renderla meno sgradevole e
addirittura attraente agli occhi dell’uomo naturale! Così facendo, dopo aver
ascoltato i nostri sermoni, le persone tornano a casa molto soddisfatte di sé e
convinte di essere religiose e giuste in quanto sono state impressionate e
compiaciute dalla nostra eloquenza. Così rendiamo vana la croce di Cristo e
spingiamo all’inferno delle persone che stringono nella loro destra una
menzogna! Preferendo evitare lo scandalo della croce e la pazzia della
predicazione, abbiamo faticato invano, esercitando un ministero sterile e
inutile.
Non abbiamo predicato un Vangelo pienamente gratuito
Abbiamo temuto di rendere il Vangelo troppo accessibile, pen-sando che gli
uomini fossero indotti alla licenziosità, come se fosse possibile predicare il
Vangelo in modo troppo accessibile e come se la sua gratuità sia la causa della
dissolutezza degli uomini. La predicazione di Lutero si riassumeva in due
punti: «Siamo giustificati solo mediante la fede e dobbiamo avere la certezza
di essere stati giustificati». Fu mediante l’offerta audace di un Vangelo
gratuito e glorioso – non impastoiato da opere, da meriti, da termini, da condizioni,
né offuscato da una pretesa umiltà dimostrata da dubbi, timori e incertezze –
che gli sforzi di Lutero videro il successo. Seguiamo dunque il suo esempio.
Quando annunciamo il Vangelo è necessario rivolgersi al peccatore, insistendo
che egli, immediatamente, si volga a
Dio e torni a lui, esortandolo nel nome del Signore ad arrendersi subito con tutto il cuore al Redentore. È strano che le conversioni subitanee siano disprezzate da alcuni ministri,
perché esse sono quelle più conformi al modello biblico.
Non studiamo a sufficienza la Parola di Dio
Spesso attribuiamo maggiore importanza agli
scritti degli uo-mini, alle loro opinioni e ai loro metodi piuttosto che alla
Parola di Dio. Cerchiamo di dissetarci con gocce d’acqua attinte dalle cisterne
scavate dall’uomo piuttosto che con l’acqua che scaturisce in vita eterna!
Spendiamo più tempo a discutere e a dibattere con gli uomini che in comunione
con Dio! Per questa ragione, il nostro spirito e l’intera nostra vita sono
influenzati e modellati da ciò che è umano e non da ciò che è da Dio. Fratelli,
dobbiamo studiare di più la Bibbia, immergendo in essa l’anima nostra. È buono
conservare la Parola nel cuore, ma essa deve anche scorrere in ogni parte
dell’anima e dello spirito.
Non preghiamo abbastanza
In noi si è assopito lo spirito di preghiera.
Frequentiamo troppo poco la cameretta segreta e il diletto che in essa godiamo
è minimo. Abbiamo permesso agli affari, allo studio e a varie occupazioni
pratiche d’interferire con la nostra vita di preghiera. L’atmosfera febbrile e
il clima frenetico che caratterizzano la società ci hanno avviluppati e sono
penetrati nella nostra cameretta segreta, disturbando la dolce calma della sua
beata solitudine. La stanchezza, le compagnie, le visite inutili, le discussioni
stolte e gaie, le letture futili e le occupazioni vacue ci derubano del tempo
che potrebbe essere usato per pregare.
È mai possibile che abbiamo tempo per tutto, ma non per pregare? Perché non ci preoccupiamo di trovare il tempo per pregare? Come mai quando organizziamo la nostra settimana e programmiamo le nostre attività pensiamo così poco alla preghiera e non ci assicuriamo di dedicare, ogni giorno, un lasso di tempo sufficiente per la preghiera? Perché parliamo tanto e preghiamo poco? Perché si corre tanto avanti e indietro e si trascura la preghiera? Perché si è sempre indaffarati in mille faccende? Perché tanti incontri con gli uomini e pochi con Dio? Perché spendiamo poco tempo nella solitudine e nel silenzio? Perché non si apprezzano i momenti in cui Dio ed i suoi figli sono in comunione?
L’assenza di questi periodi di solitudine non solo compromette la nostra crescita nella grazia, ma ci rende membra inutili nella chiesa di Cristo. Se vogliamo crescere nella grazia dobbiamo trascorrere molto tempo in solitudine. Non è in società con gli uomini, nemmeno con i cristiani, che l’anima cresce più rapidamente e vigorosamente. Una singola ora di preghiera sarà più utile al progresso nella santificazione che tanti giorni trascorsi in compagnia di altre persone. Nel deserto la rugiada è più fresca e l’aria più pura. Quando solo Dio è vicino all’anima e quando soltanto la sua presenza – come l’aria del deserto che libera dalle esalazioni cattive di una qualsiasi creatura – circonda e pervade l’anima, l’occhio percepisce più nitidamente la visione delle realtà eterne e l’anima acquista nuovo vigore. In questo modo, inoltre, diventiamo davvero utili agli altri, perché dopo essere stati ristorati alla presenza di Dio svolgiamo la sua opera con maggiore forza ed efficacia. Nella cameretta segreta i nostri vasi si colmano di benedizioni, al punto che, quando usciamo, non possiamo tenerle chiuse in noi, ma, in virtù di una benedetta necessità, spargiamo quelle benedizioni ovunque andiamo.
Fratelli, confessiamo che non possiamo dire come Isaia: «Signore, di giorno io sto sempre sulla torre di vedetta e tutte le notti sono in piedi nel mio posto di guardia» (Isaia 21:8). Ammettiamo che la nostra vita non è stata una continua attesa della voce di Dio. L’esclamazione «parla, Signore, poiché il tuo servo ascolta» (I Samuele 3:9) non rappresenta l’atteggiamento del nostro cuore, il principio guida della nostra vita. Lo stare vicino a Dio, l’avere comunione con lui, aspettarlo e confidare il lui sono troppo assenti dalla nostra esperienza di cristiani e di ministri. Per questo il nostro esempio e la nostra opera sono tanto inefficaci! È questo il motivo per cui i nostri sforzi sono talmente privi di successo, i nostri sermoni sono così sterili e il nostro ministero nel suo complesso tanto infecondo.
Abbiamo contristato lo Spirito di Dio
Forse a parole abbiamo onorato lo Spirito
Santo riconoscendo la sua opera, ma non l’abbiamo tenuto nella dovuta
considerazione, né abbiamo aiutato il gregge a farlo. Non abbiamo attribuito al
Consolatore la gloria dovuta al suo nome, né abbiamo cercato la sua istruzione
e l’unzione in virtù della quale tutti abbiamo conoscenza (I Giovanni 2:20).
Nello studio della Parola e nella predicazione non abbiamo riconosciuto in lui
colui che illumina la mente, che rivela la verità, che glorifica Cristo
rendendogli testimonianza. Lo abbiamo contristato non riconoscendo l’onore che
gli è dovuto quale terza persona della Trinità, attribuendo inoltre poca
importanza al suo ufficio d’insegnante, di persuasore, di consolatore e di
santificatore. Per questo egli ci ha quasi abbandonati, lasciando che
raccogliessimo i frutti rinsecchiti della nostra incredulità e della nostra
corruzione. Inoltre, lo abbiamo rattristato camminando in modo incoerente,
mancando di circospezione, avendo una mente carnale, non procacciando la
santificazione, pregando poco, essendo infedeli, mancando di integrità e
conducendo una vita poco conforme a ciò che si addice ad un discepolo di Cristo
e ad un ministro della Parola.
Così di se stesso un anziano ministro scozzese scrive: «Avverto la mancanza dello Spirito, della sua potenza e della sua opera di persuasione, nella preghiera, nel parlare e nell’esortare. È assente quello Spirito che convince gli uomini e che li rende spaventevoli e splendidi agli occhi dei loro simili. Mi sento privato dello Spirito, la cui gloria e maestà producono rispetto e riverenza e la cui potenza rendeva i sermoni di Cristo diversi da quelli degli scribi e dei farisei. Stimo queste cose come gli effetti del riflesso della maestà di Dio manifestata dallo Spirito di santità, il quale irrompe e risplende nella chiesa. Ma, ahimè! Indosso ancora un abito impuro! Guai a me! Io son perduto! La corona della gloria è caduta dal mio capo, le mie parole sono deboli e carnali, non hanno forza e attirano su di me il disprezzo. Non c’è rimedio alcuno se non l’umiltà; perciò diffido di me stesso e m’impegno a mantenere la comunione con Dio».
In noi sono assenti i sentimenti di Cristo
Siamo molto lontani dall’esempio degli apostoli
e infinitamente lontani da quello di Cristo! Se siamo rimasti più indietro
rispetto ai servitori, quanto più siamo indietro rispetto al Maestro!
Dimostriamo poco della grazia, della compassione, della gentilezza, dell’umiltà
e dell’amore dell’eterno Figlio di Dio. Il suo pianto su Gerusalemme è un
sentimento del quale abbiamo poca esperienza. La sua determinazione nel
ricercare «ciò che era perduto» ci è estranea e non conosciamo la sua fatica
per ammaestrare le folle. I suoi digiuni, le sue notti di veglia e di preghiera
non sono un modello che riusciamo ad imitare bene. Spesso ci dimentichiamo che
la regola della nostra vita deve essere la stessa che ordinava l’esistenza del
Signore: egli non faceva alcun conto di se stesso e viveva per glorificare il
Padre, compiendo l’opera che gli era stata affidata. Fratelli, noi dobbiamo
seguire le sue orme! Il servo deve camminare sul sentiero tracciato dal Maestro
e il pastore, al servizio del grande Pastore delle pecore, deve assomigliargli
in tutto!
[1] Horatius Bonar (1808-1889) fu ministro del Vangelo in Scozia in un periodo molto florido per le chiese evangeliche. Quello che proponiamo è un estratto da Words to Winners of Souls, pubblicato la prima volta nel 1860.
[2] Cfr. I. H. MURRAY, Jonathan Edwards, cit., pp. 139-140.
Abbonati alla Rivista di pratica pastorale