Stai leggendo un articolo della Rivista di pratica pastorale
LA PREGHIERA PUBBLICA DEL PASTORE[1]
(prima parte)
Charles Spurgeon
A volte gli Episcopali si sono vantati del fatto che i ministri della
chiesa Anglicana si rechino al culto per pregare ed adorare Dio, affermando che
gli altri si riuniscono solo per ascoltare dei sermoni. La nostra risposta è
che anche se ci sono alcuni colpevoli di questo male, in questo luogo tale
errore non si può attribuire al popolo di Dio. Anzi, i fratelli che sono qui
sanno dilettarsi della preghiera e della lode in ogni chiesa. Le nostre
congregazioni si riuniscono con l’intento di adorare il Signore e asseriamo,
senza esitazione, che si riscontra una preghiera genuina e accettevole nelle
nostre riunioni “nonconformiste”[2] tanto
quanto nelle cerimonie pompose della chiesa Anglicana.
Inoltre, se tale osservazione implica l’idea
che l’ascolto della predicazione non sia una forma d’adorazione a Dio è un
errore grossolano, in quanto l’ascolto della Parola è uno degli aspetti più
nobili dell’adorazione del Dio Altissimo. Si tratta, infatti, di una disciplina
in cui tutte le facoltà dell’uomo interiore sono chiamate a partecipare
nell’esercizio devozionale. L’ascolto riverente della Parola ci umilia, ci
istruisce nella fede, accresce la nostra gioia, infiamma il nostro amore,
ispira il nostro zelo e ci innalza verso il cielo! Molte volte un sermone è
stato per noi come la scala di Giacobbe, sulla quale abbiamo visto gli angeli
di Dio e, alla sommità, lo stesso Dio del patto! Spesso, dopo aver ascoltato i
servi di Dio parlare al nostro cuore, abbiamo affermato: «Questa non è altro
che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» (Genesi 28:17). Abbiamo più
volte magnificato e lodato il nome del Signore con tutto il nostro cuore,
mentre egli ci parlava mediante lo Spirito elargito agli uomini.
Tra noi, dunque, non esiste quella grande
distinzione tra predicazione e preghiera che tanti vorrebbero farci ammettere.
La prima parte dei nostri culti, infatti, affluisce dolcemente in quella
seguente e il sermone ispira la preghiera e l’inno finale. La predicazione
autentica è un’adorazione gradita a Dio che manifesta i preziosi attributi
divini. La testimonianza del suo Vangelo lo glorifica in maniera
mirabile e l’ascolto seguito dall’ubbidienza alla verità rivelata è un diletto
al suo cuore. Anzi, questa è forse uno degli esercizi più spirituali che il
cuore dell’uomo possa praticare.
Nonostante ciò, così come insegnano gli
antichi poeti romani, è importante saper imparare anche dai nostri nemici.
Quindi, può darsi che coloro che ci hanno mosso tali critiche a proposito
dell’ordine dei nostri culti, abbiano davvero individuato alcune nostre
mancanze in questo ambito. C’è da temere che i nostri culti d’adorazione non
siano sempre ordinati secondo la forma migliore, né che siano condotti nella
maniera più utile. In alcune chiese le preghiere non sono né devote né ferventi
come vorremmo! In altri luoghi, invece, lo zelo è accompagnato da un’ignoranza
così grande e la devozione da un tale disordine, che nessun credente sensato è
in grado di partecipare volentieri alle riunioni! Purtroppo il pregare “nello
Spirito” non è molto comune tra noi, né tutti pregano sia con l’intelligenza
che con il cuore.
Vi è dunque possibilità di migliorare e, in
alcuni casi, tale progresso è assolutamente necessario, imperativo. Lasciate,
fratelli amati, che vi esorti con molta cautela intorno al pericolo che i culti
che presiedete siano danneggiati ed impoveriti dalle vostre stesse preghiere:
determinate solennemente in voi stessi che tutte le parti del culto nel
santuario di Dio, si svolgano sempre nel miglior modo possibile.
La
preghiera spontanea è la più scritturale
Prima di tutto, siate certi che la preghiera libera è la più
scritturale e per questo dovrebbe essere la principale forma di supplica
pubblica. Se non avete
fiducia in ciò che fate, non riuscirete mai a farlo bene. Perciò, mettetevi
bene in mente, prima di tutto, che seguendo questo principio adorate Dio sulla
base di un’autorizzazione biblica e, quindi, gradita al Signore.
L’espressione “recitare le preghiere” alla
quale, ormai, ci siamo abituati, non compare nelle sacre Scritture; eppure la
Bibbia trabocca di termini che esprimono concetti religiosi! Tale modo di
parlare non si trova nella Parola di Dio in quanto si tratta di qualcosa che
non esiste. Dove, negli scritti apostolici, incontriamo l’idea della cosiddetta
“liturgia”? La preghiera nelle assemblee dei primi cristiani non era delimitata
da formule prestabilite. Tertulliano scrive: «Levando in alto lo sguardo verso
questo Iddio... senza alcun suggeritore, poiché le parole ci salgono dal
cuore, noi cristiani innalziamo preghiere...»[3].
Giustino “martire” descrive il ministro che presiede come colui che prega
“secondo le sue capacità”[4]. È
difficile scoprire quando e dove abbiano avuto origine le varie liturgie,
perché furono introdotte gradualmente e, come crediamo fermamente,
parallelamente al declino della purezza della chiesa. Il giorno in cui queste
liturgie saranno introdotte tra i Nonconformisti, sarà anche il giorno del
nostro declino e della nostra caduta! Il soggetto mi tenta ad indugiare, ma non
è questo l’argomento del mio discorso; quindi andrò avanti, ricordandovi solo
che troverete un ottimo trattato dal titolo A Discourse concerning Liturgies
and their imposition nel volume XV delle opere del predicatore Puritano
John Owen, che farete bene a consultare[5].
L’impegno
nel pregare in modo estemporaneo
Fate in modo di provare la superiorità della preghiera estemporanea
rendendola più spirituale e fervente della devozione liturgica. È davvero molto triste ascoltare un
credente osservare che il pastore è molto più bravo quando predica che quando
prega. Certo, una tale mancanza non è secondo il modello del nostro Maestro!
Quanto alla predicazione, “nessuno parlò mai come il Signore” (Giovanni 7:46).
Quanto alle sue preghiere, esse colpirono i discepoli a tal punto da portarli a
chiedere a Cristo: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11:1).
Durante la preghiera pubblica, tutte le
nostre facoltà dovrebbero impiegare al massimo ogni energia e l’intero essere
nostro dovrebbe elevarsi a compiere lo sforzo più intenso. Lo Spirito Santo,
nel frattempo, inonderà il cuore con la sua santa influenza. Però, una
preghiera insipida, superficiale e priva di vita, pronunciata solo per riempire
un certo spazio del culto, oltre che ad essere un’abominazione agli occhi di
Dio, è anche un peso che stanca gli uomini. Se la qualità di questo tipo di
preghiera fosse stata superiore, la liturgia non sarebbe mai stata concepita.
Per questa ragione l’apologia più efficace delle varie forme di preghiera
prestabilite è proprio la miseria delle supplicazioni estemporanee! E la vera
causa di questa situazione è che il nostro cuore non è consacrato a Dio come
dovrebbe! Dobbiamo mantenere quotidianamente la comunione con Dio, altrimenti
la nostra preghiera pubblica sarà scipita e formale. Se il ghiacciaio non si
scioglie sulle cime delle montagne, non scenderà alcun ruscello che renderà
fertili le pianure. La nostra vita di preghiera nella “cameretta segreta” rende
fertili le nostre supplicazioni in pubblico; perciò se la trascuriamo ci
ritroveremo senza risorse quando saremo di fronte all’assemblea.
Una preghiera solenne
La nostra preghiera non deve mai essere stentata, ma vigorosa e
sublime. Per pregare in
questo modo dobbiamo avere l’animo alle cose “di sopra”. Le suppliche
che presentiamo al trono della grazia devono essere solenni e umili, non
irriverenti e sguaiate, oppure formali e superficiali. È fuori luogo impiegare
una forma colloquiale quando siamo davanti al Signore; anzi, dobbiamo
prostrarci con riverenza al suo cospetto e con il timore più profondo. Possiamo
parlare con decisione con Dio, ma comunque egli rimane in cielo e noi sulla
terra; perciò dobbiamo evitare la presunzione. Quando preghiamo siamo, in modo
speciale, davanti al trono del Dio infinito e come un cortigiano nel palazzo
del re usa maniere e atteggiamenti diversi rispetto a quelli che mostra ai suoi
pari, così anche noi dobbiamo rivolgerci a Dio come si conviene.
In Olanda abbiamo notato che quando il
pastore comincia a predicare gli uomini indossano il cappello, ma non appena
giunge il momento della preghiera lo tolgono. Questo era il costume di molte
chiese al tempo dei Puritani come è stato in voga a lungo anche tra i Battisti.
S’indossava il copricapo durante quelle parti del culto che si pensava non
esprimessero un’adorazione diretta di Dio, mentre nel momento della
preghiera o del canto solenne veniva prontamente tolto. Personalmente ritengo
tale consuetudine sconveniente perché basata su un presupposto erroneo. Ho
appena evidenziato che non c’è una differenza “abissale” tra l’ascolto della
Parola e la preghiera. Tuttavia bisogna evidenziare che una diversità esiste,
in quanto mentre siamo in preghiera dialoghiamo più direttamente con Dio
di quando parliamo per edificare i credenti. Per questa ragione, quando
preghiamo durante il culto dobbiamo “toglierci i sandali” perché il luogo sul
quale siamo è suolo sacro.
Il Signore
è l’unico oggetto della preghiera
Solo il Signore sia l’oggetto della vostra preghiera. Guardatevi dall’avere un occhio puntato
sull’assemblea! Guardatevi dal voler essere eloquenti per soddisfare chi
v’ascolta! La preghiera non deve essere trasformata in un sermone “obliquo”. È
quasi blasfemo usare le devozioni per mettersi in mostra. Generalmente, le
preghiere più forbite sono quelle più abominevoli a Dio. Mettere in mostra le
belle piume di un discorso pomposo e raffinato alla presenza dell’Eterno degli
eserciti, allo scopo di suscitare il plauso d’altri esseri mortali, è cosa che
non si addice al peccatore!
Gli ipocriti che si permettono di fare una
cosa del genere hanno già il loro salario, ma è un salario terribile! Un
tremendo giudizio si abbatté su un ministro quando, compiaciuto di sé, affermò che
le sue preghiere erano le più eloquenti mai offerte in una congregazione di
Boston. Certo, è lecito mirare a suscitare santi desideri ed aspirazioni in
coloro che ci ascoltano mentre preghiamo, ma ogni nostro pensiero e parola
devono essere indirizzati verso Dio. Le persone devono interessarci solo per
presentare loro ed i loro bisogni al cospetto del Signore. Dunque, ricordatevi
dei credenti nelle vostre preghiere, ma non modellate le vostre suppliche in
modo da conquistare la loro stima: guardate in alto, guardate in alto con
entrambi gli occhi!
Evitare espressioni volgari
Evitate ogni espressione volgare mentre pregate. Devo riconoscere di averne sentite alcune,
ma sarebbe poco edificante riportarle, anche perché stanno diventando sempre
più rare. È difficile, al giorno d’oggi, udire espressioni volgari come quelle
un tempo molto comuni nelle riunioni di preghiera dei Metodisti. Temo,
tuttavia, che fossero molto più comuni nelle chiacchiere piuttosto che nella
realtà! Nel loro zelo, le persone poco istruite pregano come sono capaci e
qualche loro espressione può disturbare i più raffinati. Tuttavia, se lo
spirito è evidentemente sincero, dobbiamo perdonare tali imperfezioni. Durante
una riunione di preghiera, ho ascoltato un uomo molto semplice pregare così:
«Signore, guarda i giovani durante questi giorni di festa e di mondanità,
perché tu sai, Signore, che i loro nemici li cercano come il gatto cerca il
topo». Alcuni hanno ridicolizzato questa affermazione, ma a me è sembrata molto
naturale ed espressiva, considerando la persona che l’ha pronunciata.
Qualche consiglio suggerito in modo gentile
sarà in grado di prevenire tali errori in altri, ma noi, ministri del Vangelo,
dobbiamo essere molto attenti e corretti. Il biografo di Jacob Gruber, eminente
pastore Metodista americano, narra un episodio che evidenzia la sua arguzia.
Gruber, dopo aver udito un giovane predicatore Calvinista attaccare
violentemente le sue convinzioni, fu invitato a concludere con una preghiera.
Fra le diverse richieste egli pregò che il Signore benedicesse quel giovane che
aveva appena predicato e che gli concedesse grazia, affinché il suo cuore
diventasse “tenero come la sua testa”. Senza commentare sul cattivo gusto di un
simile pubblico affronto nei confronti di un altro ministro, ogni persona con
un pizzico di buon senso sa bene che il trono dell’Altissimo non è il luogo che
si addice a volgarità del genere. Probabilmente, quel giovane predicatore
avrebbe meritato una punizione per la sua mancanza di carità, ma quello più anziano
si è reso colpevole dieci volte di più per la sua mancanza di riverenza! Il Re
dei re è degno di parole scelte con la massima cura, non di espressioni che
scaturiscono da labbra contaminate.
Evitare
espressioni mielate
Un altro errore da evitare è la sovrabbondanza di espressioni mielate,
in quanto non sono né santificate né piacevoli ad ascoltarsi. Quando espressioni del tipo “benedetto
Signore” o “dolce Signore”, sono ripetute continuamente diventano vane
ripetizioni fastidiose e inutili. Se l’espressione “benedetto Signore” cadesse
dalle labbra di un Rutherford, di un Hawker, o di un Herbert, non proverei
alcuna ripulsione, ma quando tali espressioni, affettuose e familiari, sono
pronunciate da chi non si distingue affatto per la sua spiritualità, vorrei che
costui potesse afferrare un po’ meglio la vera relazione che esiste tra la
creatura ed il Creatore!
Inoltre, sollevo delle forti obiezioni contro
la ripetizione dell’esclamazione “Signore... Signore... Signore...”. Tale
errore è commesso da coloro che sono convertiti di recente o, anche, da coloro
che studiano in vista del ministero. «Non pronunciare il nome del Signore, Dio
tuo, invano» (Esodo 20:7) è un grande comandamento e benché la legge possa
essere infranta senza predeterminazione, ogni sua trasgressione è un peccato,
un peccato grave. Il nome di Dio non può essere usato per riempire i nostri
vuoti di parole. Abbiate cura di usare con la massima riverenza il nome
infinito di Yahweh. I Giudei, nei loro scritti sacri, lasciavano uno spazio vuoto
in luogo del nome Yahweh, oppure scrivevano “Adonai”, perché consideravano il
nome di Dio troppo sacro per essere usato comunemente. Anche se non è
necessario essere superstiziosi, è comunque opportuno essere riverenti in modo
scrupoloso. La ripetizione continua di “oh Signore” e di altre interiezioni non
è per niente necessaria. In questo, i giovani spesso vengono meno.
Evitare l’arroganza
Evitate quel tipo di preghiera che potremmo definire come un ordine
perentorio nei confronti di Dio. È piacevole ascoltare un uomo che combatte con Dio in preghiera che
esclama: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!» (Genesi
32:26). Tuttavia, tale risoluzione deve essere espressa con il giusto
atteggiamento, non con prepotenza quasi si reclamasse una benedizione immediata
da parte del Signore di tutto! Ricordatevi: è sempre un uomo quello che
combatte, anche se gli è stato concesso di combattere con l’eterno “Io sono”!
Giacobbe zoppicò sulla sua gamba dopo il santo conflitto di quella notte,
affinché comprendesse che Dio è “tremendo anche a chi lo loda” e che non ha
prevalso in virtù della propria forza.
Ci è stato insegnato a pregare il “Padre
nostro”, ma dobbiamo ricordare che si tratta sempre del “Padre nostro che è
nei cieli”! Le nostre preghiere possono certo essere caratterizzate dalla
familiarità, ma deve essere una santa familiarità! Possiamo essere
franchi, ma la franchezza scaturisce dalla grazia ed è opera dello Spirito
Santo. Non si tratta dell’audacia dei ribelli che presentano una faccia di
bronzo davanti al sovrano che hanno offeso, ma quella del fanciullo che teme
perché ama e ama perché teme. Non pregate mai in modo impertinente nei
confronti di Dio. Egli non deve essere assalito come un nemico, ma deve essere
supplicato ed invocato perché è il nostro Signore e il nostro Dio. Dunque,
impariamo a pregare con uno spirito umile e mansueto.
Praticare la preghiera
Non professate solo di pregare e non parlate solo della preghiera, ma
pregate. Gli imprenditori dicono:
«Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto». Predicate nel sermone e
pregate nella preghiera! Le dissertazioni sull’utilità della preghiera non sono
preghiere. Per quale motivo, invece di temporeggiare inutilmente, non si
dovrebbe subito passare all’atto pratico, senza perdere tempo a dire quello che
dovremmo o vorremmo fare? Perché non metterci subito a lavorare in nome di Dio?
Con passione pura, dedicatevi all’intercessione cercando la faccia del Signore!
Pregate affinché il Signore provveda ai
grandi e costanti bisogni della chiesa e non venite meno nel domandare, con
devoto fervore, le richieste speciali del momento. Lasciate che i malati, i
poveri, i moribondi, i Gentili, i Giudei e gli emarginati di ogni tipo siano
menzionati davanti a Dio, mentre avete un peso nel cuore per loro. Pregate per
il gregge che dovete curare, per i santi e per i peccatori, non come se tutti
fossero santi. Menzionate i giovani e gli attempati, i fedeli e gli sviati e
chi ha compreso di dover essere salvato e chi, invece, è indifferente. Non
guardate a destra o a sinistra, ma continuate ad arare nella preghiera senza
guardare indietro. Confessate i vostri peccati con sincerità e lodate Dio in
modo specifico. Presentate a Dio le vostre richieste senza dubitare dell’efficacia
della preghiera. Vi dico questo perché troppe persone pregano in maniera tanto
formale da far pensare che, sebbene la preghiera sia una cosa dignitosa, gli
effetti pratici della preghiera siano dubbi. Pregate come una persona che
“conosce colui in cui ha creduto” e che, quindi, presenta a Dio le proprie
richieste con fiducia rinnovata. Ricordatevi che bisogna rivolgersi Dio fino
alla fine della supplica, senza cominciare a discutere, a predicare o, ancora
peggio, a lamentarsi e rimproverare.
Il
predicatore preghi prima del sermone
Come regola fondamentale, se siete voi a dover predicare, elevate
personalmente la preghiera. Se
doveste giungere ad essere molto stimati nel ministero, come confido che
avvenga, fate in modo di resistere, con grande cortesia e fermezza,
all’abitudine di scegliere degli uomini che preghino per introdurre il sermone,
con l’intento di onorarli dando loro la possibilità di fare qualcosa. Le nostre
devozioni pubbliche non devono mai scadere in opportunità per vani complimenti.
Ho appreso che alcuni chiamano la preghiera e
gli inni “culto preliminare”, quasi fossero solo un’introduzione al sermone.
Ritengo e spero che questa abitudine sia rara tra noi, perché in caso contrario
si tratterebbe di una vera e propria disgrazia. Io cerco invariabilmente di
presiedere personalmente tutto il culto, sia per il mio bene che per quello
degli uditori. Non sono del parere che tutti possano condurre la preghiera
pubblica. Sono solennemente convinto che la preghiera sia da annoverare tra
gli aspetti più importanti, benefici e onorabili del culto e che, per questa
ragione, dovrebbe essere tenuta in considerazione più del sermone stesso.
Dunque, quando è il momento della preghiera, non bisogna affidarsi a dei
“chiunque” o a dei “nessuno”, per poi chiedere ai migliori di predicare. Può
succedere che, a causa di una qualche infermità o in occasioni particolari, sia
un bene che il pastore chieda a qualcun altro di elevare la preghiera al suo
posto. Tuttavia, se il Signore vi ha riempito d’amore per il gregge, non
affiderete spesso o con facilità questo compito ad un altro. Se delegate un
altro alla presidenza del culto, sia costui un uomo di profonda spiritualità e
preparazione, del quale vi fidate pienamente. Infatti, la scelta di un
individuo privo dei doni è sconveniente e dannosa.
Designate per la preghiera uomini di talento
e impegnatevi maggiormente nell’elevare la voce al cielo che nel predicare un
bel sermone! Sia il grande Yahweh ad essere servito meglio! La preghiera
indirizzata al Signore dei signori sia ben ponderata e presentata al trono
della grazia con tutta la forza di un cuore risvegliato e il discernimento di
una mente spirituale. Colui che in virtù della sua comunione con Dio è
preparato per servire il popolo è, di solito, la persona più adatta ad
impegnarsi nella supplicazione. Un programma che stabilisca di coinvolgere un
altro al suo posto sciuperebbe l’armonia del servizio, priverebbe il
predicatore dell’opportunità di essere fortificato prima del sermone e potrebbe
incoraggiare paragoni tra le diverse parti del culto che, in nessun caso, sono
tollerabili. Se dei fratelli non qualificati possono ascendere al pulpito per
pregare in mia vece quando sono impegnato a predicare, tanto vale che queste
stesse persone predichino al mio posto quando io prego! Non vedo nessuna
ragione per la quale dovrei essere privato del privilegio più santo, bello e
profittevole che mi è stato concesso dal mio Signore. Infatti, se dovessi fare
una scelta, preferire rinunciare alla predicazione anziché alla preghiera.
Ho detto queste cose per farvi comprendere
che dovete stimare molto la preghiera pubblica, cercando il Signore affinché vi
conceda i doni e le grazie necessarie per adempiere adeguatamente questo
importante servizio. Coloro che disprezzano la preghiera estemporanea,
probabilmente coglieranno queste mie affermazioni per usarle contro di essa, ma
posso assicurare loro che le lacune delle quali si è parlato sono comunque rare
tra noi; anzi, vicine all’estinzione. D’altro canto, bisogna tenere presente
che il danno che hanno causato non mai è stato grande come quello prodotto dal
modo in cui si svolgono, spesso, i servizi “liturgici”. Troppe volte il culto è
tanto sbrigativo e irriverente, da sembrare piuttosto la filastrocca di un
cantastorie! Le parole sono ripetute meccanicamente, senza riflessione né
partecipazione e, solitamente, nei luoghi di culto Episcopali, gli occhi dei
presenti, dei coristi e del ministro stesso, vagabondano in ogni direzione. È
evidente, dal tono di chi legge, che in questi luoghi il cuore della gente è
assolutamente indifferente verso le preghiere recitate.
Sono stato ad alcuni funerali in chiese Anglicane dove la funzione è stata così indecentemente galoppante, che ho dovuto usare tutta la pazienza che è in me per non scaraventare qualcosa contro il ministro! Ho provato un’indignazione così forte da non sapere più cosa fare nel vedere quell’individuo, in presenza di persone dal cuore spezzato dal dolore, correre nervosamente attraverso la celebrazione il più velocemente possibile, quasi fosse stato pagato “a cottimo” e desiderasse, quindi, sbrigarsi al più presto! Non posso immaginare quale tipo di impressione abbia potuto suscitare con il suo comportamento, o quale beneficio abbia potuto produrre un ministero tanto superficiale, frettoloso e veemente. È davvero tragico pensare al modo in cui un culto sublime come quello in occasione di un funerale, sia “assassinato” e reso una tale abominazione! Dico solo questo affinché, nel caso in cui il nostro modo di pregare sia criticato troppo severamente da costoro, possiamo presentare una difesa formidabile per metterli a tacere. La cosa migliore, comunque, è quella di correggere i nostri errori, piuttosto che cercare quelli degli altri.
La seconda
parte è stata pubblicata sul numero 4 del 2000 (anno III)
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[1] Quella che segue è una lezione esposta da Spurgeon agli studenti del “Pastors’ College” ed è contenuta nel celeberrimo “Lectures to My Students” (Lezioni ai miei studenti).
[2] In Inghilterra le chiese “Nonconformiste” sono quelle che non fanno parte della chiesa Anglicana.
[3] Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, Apologetico, 30.4.
[4] Giustino Martire, Prima Apologia, 67.5.
[5] L’editore Alfa & Omega ha pubblicato due libretti di John Owen: Dio corregge la chiesa della sua presenza e Dio la rocca dei santi. Informiamo i lettori della Rivista Pastorale che possono acquistare questi volumi presso di noi.