Stai leggendo un articolo della Rivista di pratica pastorale

I conduttori e la riconciliazione tra credenti (prima parte)

Edward Donnelly1

Leggiamo insieme l’epistola di Paolo a Filemone. Come sapete questa è la più breve delle lettere scritte da Paolo: 335 parole nel testo greco. Mi meraviglio un po’ che uno degli ultimissimi commentari su quest’epistola sfiori le 600 pagine! Paolo si accontentò di 335 parole! Forse gli “accademici” evangelici dovrebbero fare un po’ di esame di coscienza! Chiusa parentesi.

Ritengo che l’apostolo Paolo debba aver scritto molte lettere come questa: dozzine, forse centinaia. Questa che abbiamo appena letto è quella che lo Spirito ha scelto affinché fosse inclusa nelle sacre Scritture. Spesso è trascurata perché è breve, ma un commentatore di tutto rispetto come Richard Lenski afferma che a suo parere è la più bella lettera scritta da Paolo, e “Rabbi” Duncan osserva che si tratta della lettera più garbata mai scritta.

Per quanto riguarda il contesto, sapete che questa lettera fu scritta da Paolo mentre era in prigione, probabilmente a Roma, ed è indirizzata a Filemone, alla sorella Apfia, ad Archippo, e alla chiesa che si riunisce in casa di Filemone a Colosse (vv. 1-2). Filemone è definito «collaboratore» di Paolo e, verosimilmente, Apfia è sua moglie e Archippo il loro figlio. Può darsi che Archippo, definito dall’apostolo «nostro compagno d’armi», guidasse la chiesa quando Epafra si assentava da Colosse. Ma perché l’apostolo scrive a Filemone? Cosa è successo?

Uno schiavo di Filemone è scappato: Onesimo (v. 10). Sembra addirittura che quest’ultimo abbia rubato del denaro o qualcos’altro prima di fuggire (vv. 17-18). Onesimo si reca a Roma e, in qualche modo, entra in contatto con Paolo e, tramite il suo ministero, si converte al Signore divenendo un figlio “spirituale” dell’apostolo (v. 10). Dinanzi a quanto è accaduto, Paolo si propone di rimandare Onesimo a Filemone insieme a Tichico (Colossesi 4:7-9). Ora, questa lettera è scritta appunto al fine di preparare il terreno affinché questo schiavo ribelle fosse accolto nuovamente presso il suo padrone.

Questo è lo scopo specifico che Paolo si prefigge, quindi la situazione è abbastanza intricata. Si tratta di un problema di natura pastorale complesso: vi sono due credenti – Filemone e Onesimo – i quali sono in disaccordo, si oppongono l’uno all’altro e perciò è necessario aiutarli a riconciliarsi. Filemone, ha subito dei soprusi ed è stato derubato. Le sue lamentele contro Onesimo sono giustificate, perché egli ha sbagliato. Ora, però, Onesimo è una nuova creatura in Cristo e sicuramente questa realtà determina una grande differenza per Filemone. Può benissimo darsi che sia la prima volta che Filemone riceve notizia della conversione di Onesimo. Come dovranno comportarsi queste due persone tra loro? Quale dovrà essere il loro atteggiamento? Quale il fondamento della loro relazione? Uno è lo schiavo, o il servo se preferite, l’altro è il padrone. Il primo ha maltrattato il secondo, ma ora sono divenuti fratelli in Cristo. Come potranno vivere insieme nell’ambito della comunione della chiesa locale?

Il nostro studio non sarà un’analisi esegetica di questa lettera. Piuttosto, la studieremo secondo una prospettiva “pastorale”. Ci domanderemo: cosa possiamo imparare da questo caso, o da questa circostanza, sul modo di pascere il gregge che ci è stato affidato? Cosa c’insegna l’esempio dell’apostolo Paolo? Questo è un episodio unico: possiamo osservare un pastore eccellente impegnarsi nell’affrontare un problema che contrappone due membri della stessa chiesa. Sicuramente è utile sedere ai piedi dell’apostolo per imparare qualcosa di buono dal modo in cui affronta questo problema. Ho individuato sei osservazioni fondamentali sul modo in cui Paolo agisce, ma vi anticipo che ci concentreremo soprattutto sulla quarta.


L’atteggiamento di Paolo è dinamico
Prima di tutto osserviamo che l’apostolo affronta la situazione facendo qualcosa. Egli agisce e l’esistenza di questa epistola è una dimostrazione del fatto che Paolo attribuì notevole importanza all’accaduto. L’apostolo porta ogni giorno il peso delle ansietà che gli vengono dalle chiese (cfr. II Corinzi 11:28), ha grandi responsabilità e molti pensieri reclamano la sua attenzione. Ad esempio, vi erano i problemi nella chiesa di Colosse causati dall’eresia. Quale preoccupazione nella mente di Paolo, eppure consideriamo il tempo e l’energia che dedica a risolvere un problema tra due semplici credenti! Senza dubbio, sarebbe stato molto semplice per l’apostolo concentrarsi su altri aspetti del ministero. Dopo tutto, la necessità non era così impellente: Filemone era a Colosse e Onesimo era a Roma. Per Paolo avrebbe potuto essere sufficiente scrivere a Filemone dicendogli: «Ti farà piacere sapere che Onesimo si è convertito e che, siccome mi è molto utile, ho deciso che rimanga qui con me per aiutarmi». Tuttavia, il contenuto della lettera indica che per Paolo era importantissimo che quei due credenti si riconciliassero tra loro. Per questa ragione, egli non è disposto né a lasciar perdere il problema né a lasciare che Filemone e Onesimo se la sbrighino da soli. L’apostolo avverte il dovere “pastorale” di aiutarli a fare qualcosa per raggiungere l’obiettivo della riconciliazione.

Come conduttori di chiesa siamo continuamente di fronte a problemi di questo tipo. Di sicuro non dobbiamo preoccuparci di andare a cercare qualche circostanza intricata da risolvere, perché sono le difficoltà che ci vengono a stanare! E non è forse vero che spesso, facendo il punto della situazione, riteniamo di avere il diritto di evitare di affrontare qualcuno di questi momenti delicati? Diciamo a noi stessi: «Beh, con tutti i problemi che devo risolvere, non posso arrivare a tutto! Questa è la vita! Il cuore dell’uomo è fatto così! È impossibile che le persone vadano sempre d’accordo tra loro e siccome al momento ho molte altre cose da fare e la situazione della chiesa non è disperata ci penserò più in là». Eppure, dobbiamo affrontare attivamente tutte le situazioni problematiche che si presentano, senza trascurarne alcuna. Questo è lo standard posto per noi dall’apostolo. Per Paolo è impensabile e terribile che due discepoli di Cristo siano alienati l’uno dall’altro. Egli soffre per questo disaccordo e teme i mali che potrebbero ripercuotersi sull’intera chiesa a causa di tale dissenso. Anche noi dobbiamo comprendere che è nostra responsabilità essere coinvolti per risolvere i problemi che sorgono tra credenti.


L’atteggiamento di Paolo è credibile
L'apostolo Paolo affronta questa situazione essendo in prigione, infatti esordisce dicendo: «Paolo, prigioniero di Cristo Gesù» (v. 1; cfr. vv 9-10, 13, 23). Vedete quanti riferimenti alla prigionia in uno spazio così breve. Perché? Qual è il motivo per cui l’apostolo parla ripetutamente delle sue catene a Filemone? Alcuni commentatori suggeriscono che in questo modo Paolo ricerca il pathos. Lightfoot asserisce: «Come può Filemone resistere all’appello che gli giunge dalle mura di una cella, scritto dalla debole mano dell’apostolo?». In altri termini, Paolo avrebbe cercato di intenerire Filemone per indurlo ad accogliere la sua richiesta. Personalmente ritengo, però, che è molto più probabile che lo scopo di Paolo sia un altro: egli vuole ricordare col proprio esempio cosa significa soffrire per Cristo. Infatti sta chiedendo a questi due credenti di fare qualcosa di molto difficile: a Filemone chiede la rinuncia ai propri diritti su ciò che gli appartiene legittimamente e a Onesimo sta domandando di rinunciare alla propria libertà per tornare a colui al quale appartiene, anche se ciò implica per lui un grande rischio. L’apostolo sta dicendo a Filemone e ad Onesimo: «Non potete dire che per me è facile dirvi queste cose tanto dure da fare e da sopportare. Voi sapete che io so bene qual è il prezzo da pagare per seguire Gesù!». Herbert M. Carson spiega: «Questo è un principio fondamentale in ogni aspetto dell’opera pastorale: il pastore può esortare il proprio gregge al sacrificio, alla rinuncia e alla disciplina se egli stesso si sacrifica, pratica l’abnegazione ed è disciplinato. Altrimenti, il suo ministero sarà vacuo e inutile»

Quindi, l’apostolo Paolo fa riferimento alla sua prigionia di modo che quando deve esigere da Filemone e Onesimo il sacrifico e la rinuncia essi si ricordino che lui è il primo a fare quello che insegna ad altri. Questa è per noi una grande sfida: non possiamo chiedere ai membri della nostra chiesa di vivere secondo un modello che noi non seguiamo e secondo degli standard che non rispettiamo. Ogni conduttore deve poter affermare: «Perché anch’io sono uomo sottoposto all’autorità altrui». In pratica, in relazione al tema della riconciliazione tra credenti, questo significa che dobbiamo condurci con sapienza al cospetto degli altri, che dobbiamo controllare le nostre passioni, che dobbiamo evitare il risentimento, l’orgoglio e l’egoismo. Quando qualcuno ci corregge, sappiamo accogliere la riprensione? Quando siamo criticati, siamo pazienti? Quando siamo offesi, perdoniamo? Dimostriamo davvero uno spirito umile e mansueto? È inutile aspettarsi che i membri di una chiesa vivano secondo principî che i loro conduttori non applicano! Non succederà mai! Vedete: Paolo può rivolgersi con autorevolezza a Filemone e Onesimo perché la sua testimonianza è credibile in quanto vive quanto predica agli altri.


L'atteggiamento di Paolo è garbato
Tutti i commentatori, senza alcuna eccezione, hanno notato con quanto tatto e capacità è scritta questa lettera. Si tratta di uno scritto molto sagace e persuasivo. Questo giudizio non riguarda solo il modo in cui si sviluppa l’argomentazione, ma soprattutto lo stile del greco impiegato dall’apostolo, nella sua scelta dei termini e della loro posizione all’interno delle varie proposizioni. Non abbiamo il tempo di dedicarci a questa analisi, ma consideriamo almeno un paio di esempi. Paolo affronta una situazione alquanto delicata giocando con gentile ironia sul significato del nome Onesimo, che significa “utile”. Osserviamo il gioco di parole: «Ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me» (vv. 10-11). È come se Paolo dicesse: «Vedi mio caro Filemone, vi fu un tempo in cui Onesimo non era davvero quello che il suo nome significa, ma ora le cose sono cambiate». Un’altra osservazione riguarda proprio i termini «inutile» (achrestos) e «utile» (euchrestos). Un tempo Onesimo era achrestos, ossia senza utilità, ma ora è euchrestos, ossia “ben” utile. Ciò che si deve notare a riguardo di questi due termini è l’assonanza perfetta con i vocaboli che significano “senza Cristo” (achristos) e “bene con Cristo” (euchristos). L’unica differenza tra questi due termini è una vocale (la iota al posto della eta) che, comunque, non modifica la pronuncia. Quindi, secondo tale assonanza, Onesimo non solo prima di divenire utile era inutile, ma era anche senza Cristo prima di cominciare a vivere bene con Cristo. Vi sono altri simili casi, come quello al versetto 20: «Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore». In questo caso il termine usato da Paolo è (onaimen), che come si vede assomiglia moltissimo a (onesimos). Quindi vedete come l’apostolo, con molta delicatezza, fa riverberare l’eco di quanto aveva già affermato. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma per ragioni di tempo mi fermo qui. La cosa che dobbiamo notare è che, come spiega un commentatore, «si tratta di uno scritto composto con grande maestria e sensibilità».

Fratelli e conservi nel ministero, vi chiedo di esaminare voi stessi per comprendere se le vostre conversazioni pastorali con i membri delle vostre chiese sono sensibili e garbate. Non è forse vero che molte volte, quando ci prepariamo per discutere con qualcuno, siamo così concentrati su quello che vogliamo dire che badiamo poco a come lo dobbiamo dire? Ci sono alcuni tra noi che potrebbero essere sospettosi verso questa sensibilità “retorica”, o che addirittura disprezzano questo tatto e che si giustificano dicendo: «Fratello, io sono schietto! Pane al pane e vino al vino! Quello che devo dire lo dico senza troppi fronzoli!». Eppure il grande apostolo, il quale cercava sempre di parlare con franchezza, era abituato ad impegnarsi per esprimersi in modo persuasivo, ma con grande tatto e sensibilità. Ad esempio, nell’elogiare Filemone per il suo amore e per la sua opera, l’apostolo chiude la frase con «fratello» dicendo: «Poiché ho provato una grande allegrezza e consolazione pel tuo amore, perché il cuore dei santi è stato ricreato per mezzo tuo, o fratello» (v. 7, Riveduta). Vedete quale forza ha la parola «fratello» al termine della frase? L’apostolo sta pensando attentamente al modo in cui si rivolge a Filemone. Lo ripeto: alcuni ritengono che ciò che conta davvero sia quello che si dice e non attribuiscono molta importanza al modo in cui si esprime ciò che si vuole dire. Ma l’esempio dell’apostolo c’insegna che il modo con cui ci rivolgiamo agli altri è molto importante; anzi, proprio perché quello che deve dire è importante si preoccupa di esprimerlo nel miglior modo possibile. Non è quello che Robert Dabney sostiene quando parla della predicazione e dell’eloquenza evangelica2? Proprio perché gli argomenti di cui dobbiamo parlare sono importantissimi dobbiamo profondere il massimo sforzo per esprimerci nel modo più persuasivo possibile.

Questo principio si deve applicare sia alla predicazione sia alla cura pastorale del gregge. Quando ci prepariamo alle visite pastorali, o quando dobbiamo dedicarci ad una serie d’incontri per risolvere una situazione intricata dobbiamo imparare a metterci nei panni degli altri. Comprendiamo come si sentono i membri di chiesa che dobbiamo visitare? Conosciamo lo stato d’animo di quel credente che ci vede arrivare a casa sua con la Bibbia in mano per correggerlo? Se noi dovessimo essere ripresi a causa di qualche nostro peccato come ci sentiremmo? Che cosa ci aiuterebbe? Quali ragionamenti ci persuaderebbero? Quale atteggiamento? In che modo vorremmo che gli altri ci parlassero? Non è forse vero che molte volte abbiamo la delicatezza di un elefante? E poi, quando le situazioni peggiorano, diciamo a noi stessi che è accaduto perché siamo stati fedeli e abbiamo detto quello che dovevamo dire con schiettezza. Ma la verità è che spesso la situazione peggiora perché come pastori siamo rozzi, insensibili e inetti e per questo diciamo le cose nel modo sbagliato! Guardiamo come il grande apostolo Paolo agisce verso due “semplici” credenti: egli si affatica per cercare la parola giusta, il tono migliore, l’aggettivo più preciso per esprimersi nel miglior modo possibile. Se agissimo così anche noi non saremmo aiutati nel pascere il gregge che ci è stato affidato? Non vale la pena impegnarsi al massimo per imparare a parlare con tatto e sensibilità? E se le persone si vogliono proprio offendere, che si offendano per la verità che presentiamo loro e non a causa del modo rozzo e misero in cui ci esprimiamo.


1 Edward Donnelly è pastore della chiesa riformata “Trinità” di Newtownabbey, nonché preside e professore di Nuovo Testamento al Reformed Theological Seminary di Belfast in Irlanda. Questo studio è parte di un’esposizione più ampia dal titolo Helps for Today’s Pastors: Case Studies from Paul (Ausili per i pastori di oggi: studi analitici sulle epistole paoline). Queste lezioni sull’epistola a Filemone, insieme alle altre, sono state esposte in occasione di una conferenza pastorale annuale a Montville, nel New Jersey, nel 2002 e sono pubblicate col permesso dell’autore.

2 Riferimento al manuale di omiletica intitolato appunto Evangelical Eloquence. A Corse of Lectures on Preaching pubblicato la prima volta nel 1870.