Stai leggendo un articolo della Rivista di pratica pastorale
I conduttori e la riconciliazione tra credenti (seconda parte)
Edward Donnelly1
L’atteggiamento di Paolo è centrato su Cristo
Questa osservazione ci mostra qual è la base della cura pastorale. Il
fondamento dell’opera pastorale non è la percezione
psicologica né il buon senso, per quanto utili possano essere
queste risorse. La nostra base è la teologia, ossia la
dottrina cristiana. Più precisamente, la nostra base è
costituita dalla persona, dall’opera e dall’attività
presente del Signore Gesù Cristo nel suo corpo.
L’apostolo Paolo esercita un ministero cristocentrico. Ritengo che il versetto chiave dell’epistola a Filemone sia il sesto: «Chiedo a lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo». Questo testo in greco è molto complesso e difficile da tradurre; infatti le versioni differiscono tra loro. Pur non avendo tempo di dedicarci ad un’esegesi approfondita, vorrei osservare che il vocabolo più importante in questo brano – e probabilmente in tutta l’epistola – è (koinonia). Sappiamo che questa parola significa comunione e condivisione, ma, fratelli, vorrei che ci rendessimo conto che esprime molto di più. Letteralmente esprime l’idea di comunanza e di compartecipazione. In latino la traduzione sarebbe communio. Vorrei parafrasare questo sesto versetto come segue: «Chiedo a lui che la nostra mutua partecipazione (koinonia), la quale ben si addice alla tua fede, divenga effettiva […]». «Filemone – afferma l’apostolo – prego perché desidero che la koinonia sia reale!». Ma cosa vuole dire Paolo? Cerchiamo di comprenderlo.
«In Cristo» siamo un solo corpo perché siamo uniti a lui. Essendo uniti a Cristo siamo uniti con gli altri credenti. Il cuore della salvezza, della redenzione, potrebbe essere riassunto da questa parola: koinonia. Si tratta di una comunanza, di una mutualità, un interscambio: ciascuno di noi ha ricevuto da lui e lui ha ricevuto da noi. Cristo ha ricevuto da noi il nostro peccato e noi abbiamo ricevuto da lui la sua giustizia, ciò che Lutero chiamava “il grande scambio”. Ecco: questo grande scambio, questa grande koinonia è il cuore del cristianesimo. Ora, ciò che Paolo sta dicendo a Filemone è che questa koinonia deve permeare ogni aspetto della vita del corpo, ogni relazione nella chiesa locale. Tale koinonia deve essere effettiva non solo col capo del corpo, ma anche con ciascun membro.
Osserviamo come l’apostolo applica questo principio in questa situazione molto concreta. Nei primi nove versetti, Paolo identifica se stesso con Filemone. Egli conferma il suo amore a Filemone, il suo rispetto e il suo desiderio di onorarlo riferendosi a lui con l’espressione «nostro collaboratore» (v. 1); poi prega per Filemone ringraziando Dio per lui (vv. 4, 6) ed apprezza la sua fede operante mediante l’amore rallegrandosi per il bene recato a tutti i santi (vv. 5, 7). Nei versetti 10-16 s’identifica, invece, con Onesimo. Onesimo è il «figlio» che Paolo ha generato mentre era in catene (v. 10). Grazie a questa generazione, Onesimo è divenuto utile per l’apostolo (v. 11). Paolo dichiara di amare col cuore Onesimo (v. 12) e che per questa ragione avrebbe voluto tenerlo con sé (v. 13), in quanto per lui è un caro fratello (v. 16).
A questo punto vorrei aprire una parentesi per riflettere un attimo sui travagli che sperimentano i ministri del Vangelo: se vogliamo alleviare le nostre pene e ridurre lo stress evitando d’identificarci troppo con le persone, basterà mantenerci ad un certa distanza e coltivate un atteggiamento da professionisti2! È davvero questo che l’esempio dell’apostolo c’insegna? Non ci mostra, piuttosto, che il fondamento della sua opera pastorale sta nel principio che l’influenza benefica sulle persone dipende dal tipo di relazione che s’instaura con loro? L’influenza dipende dal tipo di legame. Vedete: l’apostolo aveva costruito con questi credenti una relazione intima, profonda e salda e così, quando parla con loro, impiega un linguaggio intimo e molto emotivo senza che essi abbiano alcun dubbio sulla sua assoluta sincerità. Ad esempio, parlando di Onesimo egli afferma: «[…] lui, che amo come il mio cuore […] un fratello caro specialmente a me» (vv. 12, 16). Questo linguaggio apre il cuore, apre le porte affinché sia possibile avere un’influenza nelle vite di questi credenti. Accade che a volte, soprattutto quando si è giovani, si faccia affidamento sul nostro status per avere un impatto nella vita dei credenti. È vero che siamo i conduttori del gregge e che essi dovrebbero lasciarsi guidare. Tuttavia, potremmo finire per nascondere la nostra debolezza, la nostra insicurezza e le nostre lacune dietro una sorta di professionalismo, mantenendo le persone ad una certa distanza senza mai divenire intimi con loro. È molto facile cadere in questo errore, soprattutto al giorno d’oggi. «Io sono un predicatore – dicono alcuni – e devo dedicarmi allo studio e alla riflessione teologica». Ma questo è un atteggiamento troppo comodo e individualista. Consideriamo come Paolo si apre rendendosi vulnerabile e riflettiamo su quanto ingente sarà la nostra perdita se rifiuteremo di essere anche noi così aperti e vulnerabili. Ma torniamo al testo di Filemone.
Abbiamo visto che Paolo identifica se stesso sia con Filemone sia con Onesimo. È così che Filemone e Onesimo sono riconciliati in Paolo. L’argomento è il seguente: come Filemone ha accolto Paolo, così deve ora accogliere Onesimo. Questo è il discorso dell’apostolo: «Filemone, tu mi ami. Bene, voglio dirti che ora Onesimo è divenuto parte di me e se è vero che tu mi ami devi amare anche lui, perché è un fratello in Cristo. Non puoi avere me senza avere anche lui». E immagino che se avessimo potuto sapere ciò che Paolo disse ad Onesimo, il discorso non sarebbe stato molto diverso. «No – afferma Onesimo – io non torno a Colosse», ma Paolo gli risponde: «Onesimo, io amo Filemone e se ami me devi amare anche lui, non puoi avere me senza avere anche lui». Consideriamo le parole rivolte a Filemone: «Se dunque tu mi tieni per un consocio (koinwno,n, koinonon), ricevilo come faresti con me (v. 17, Riveduta)». Il fondamento, come potete comprendere, è questa koinonia, questa mutua partecipazione nel corpo di Cristo. Non è possibile essere in comunione solo con una parte del corpo, solo con certe membra del corpo: se siamo nel corpo siamo parte di questa koinonia e, in Cristo, siamo uniti a tutti i suoi membri. Riflettiamo anche sul triplice riferimento al “cuore” (vv. 7, 12, 20). Leggiamo il primo di questi passi: «[…] per opera tua, fratello, il cuore dei santi è stato confortato». È come se Paolo dicesse a Filemone: «Fratello, questo è ciò in cui ti diletti: confortare il cuore dei santi di Dio». Il secondo riferimento: «Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore». «Filemone – afferma l’apostolo – se vuoi confortare anche il cuore di questo santo, ecco come puoi farlo: accogli Onesimo». Infine, la terza citazione: «Fratello […] rasserena il mio cuore in Cristo». Vedete, Paolo cerca di insistere sempre sull’importanza dell’identificazione all’interno del corpo di Cristo.
Queste osservazioni ci conducono alla questione fondamentale della teologia paolina, ossia alla sua riflessione sulla persona e l’opera di Cristo. Perché la chiesa è e deve essere proprio così? Perché questa koinonia? La risposta è che la chiesa è il corpo di Cristo ed essa è stabilita e edificata da lui. La chiesa, a partire dalla sua natura più intima, è plasmata dalla mano del Signore Gesù. L’eco soteriologico del versetto 18 è straordinario. Si tratta di un passo che c’introduce alla presenza del Dio trino nell’eternità, per udire il suo consiglio, e che ci permette d’ascoltare il Figlio parlare al Padre del patto della redenzione: «Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me»! Ecco il cuore del Vangelo: «[Padre] se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me»! Non è un caso che l’apostolo si esprima così cercando di risolvere i problemi tra Filemone e Onesimo. L’apostolo sta cercando di riconciliare questi due credenti che erano alienati l’uno dall’altro.
Vi erano delle differenze tra loro e l’apostolo s’identifica con ciascuno, con la parte offesa (Filemone) e con quella colpevole (Onesimo). Egli stringe la mano di colui che è stato offeso e quella del colpevole e funge da mediatore in vista della loro riconciliazione. È come se dicesse a Filemone: «Mio caro, io ho una certa giustizia ai tuoi occhi. Tu mi onori, mi ami, mi rispetti: bene, considera la mia giustizia imputata ad Onesimo, tutto il peso e il valore della mia giustizia perché desidero che tu consideri Onesimo come se fosse me. Egli è davvero me: è il mio cuore». Onesimo, a sua volta, ammette il suo debito verso Filemone. Difatti, lo ha danneggiato e gli ha fatto torto, ma l’apostolo si fa carico del suo debito e dichiara: «Filemone, pagherò io». Vedete, Paolo usa la propria giustizia per giustificare Onesimo dinanzi a Filemone e chiede a quest’ultimo di considerare Onesimo alla luce della sua relazione con lui, sulla base della loro koinonia. Il vecchio Martin Lutero ha compreso la lettera a Filemone molto meglio dei moderni studiosi. Ascoltiamo cosa ha da dire: «Vediamo come Paolo dà se stesso per il povero Onesimo e come in tutti i modi possibili intercede presso il suo padrone. L’apostolo agisce come se lui stesso fosse Onesimo, come se fosse stato lui stesso ad aver danneggiato Filemone. Proprio come il Signore Gesù ha fatto per noi dinanzi a Dio Padre, così fa l’apostolo Paolo per Onesimo dinanzi a Filemone. Dunque, secondo la mia opinione, siamo tutti degli “Onesimo”».
Ma come possiamo applicare la verità sulla persona e l’opera di Cristo alla nostra opera pastorale? Certamente non possiamo farlo in modo meccanico perché non ci troveremo esattamente nelle stesse circostanze. Ecco tre direttive che possono aiutarci nelle varie situazioni che dobbiamo affrontare.
1. Cristo ci aiuterà sempre a ricordare l’importanza della riconciliazione. Il Signore Gesù è venuto per riconciliarci a Dio, per unirci a Dio e per stabilire una koinonia con Dio. Dunque, le chiese cristiane devono essere una dimostrazione vivente di questa riconciliazione e koinonia. Fratelli miei, dovremmo temere e odiare le divisioni tra noi! Vi confesso che questo è il mio dilemma, il mio incubo: che la chiesa che servo possa dividersi. Sto sempre attento per riconoscere i segni, i sintomi di ciò che potrebbe dividere la chiesa di cui sono membro. Fratelli miei, se non possiamo essere riconciliati l’uno con l’altro, quale messaggio possiamo portare al mondo? Riferendosi ad un passo del Vangelo secondo Giovanni, Francis Shaeffer affermava che la riconciliazione tra cristiani è l’apologetica “definitiva”, ossia efficace: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13:35).
2. Cristo c’insegna la dinamica della riconciliazione. Qual è la dinamica della riconciliazione? È l’esperienza della salvezza operata in noi: noi che abbiamo riposto la nostra speranza in Cristo siamo stati perdonati. Siamo stati redenti e riconciliati con Dio. Quindi, quando esortiamo i membri delle nostre chiese ad essere riconciliati tra loro, stiamo insegnando loro ad agire conformemente alla loro stessa esperienza: «Padre nostro […] rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (Matteo 6:12). Quando i membri della nostra chiesa sono indifferenti e alienati gli uni verso gli altri, il problema non è semplicemente la credibilità della chiesa, ciò che gli altri penseranno, o l’atmosfera che si respira. La questione è un’altra: Dio ha perdonato un misero peccatore come me e come te, perdoneremo noi i nostri fratelli e le nostre sorelle? Se non sappiamo vivere una koinonia di riconciliazione nella chiesa come possiamo pregare la sera prima di chiudere gli occhi? Il discorso è semplice e noi conduttori del gregge dobbiamo sperare e pregare perché quando i membri delle nostre chiese pregando chiederanno a Dio di perdonare i loro peccati, se sono veri cristiani, lo Spirito Santo li riprenderà sussurrando al loro cuore: «Va bene, ma anche tu devi perdonare».
3. Cristo ci mostra il metodo della riconciliazione. Stiamo parlando di un ministero “cristocentrico”. Di solito, con questa espressione vogliamo sottolineare la misericordia, la purezza e la benignità del Cristo. Tuttavia, vi è qualcosa di più fondamentale ancora in quanto vediamo, in questa lettera, che Paolo s’identifica con entrambe le parti, Filemone e Onesimo. Egli si rivolge loro dicendo: «Fatelo per me, per amor mio». Fratelli miei, se agiremo secondo questo principio, soffriremo come Cristo e come Paolo hanno sofferto! Ma questo è il solo ministero “cristocentrico”! Mi fermo qui e lascio a voi l’incombenza di approfondire la dimensione cristologica del ministero dell’apostolo Paolo.
L’atteggiamento di Paolo è liberatorio
Inoltre, l’atteggiamento di Paolo è liberatorio. Questo è
il nostro quinto punto. L’apostolo non dice mai precisamente
ciò che Filemone deve fare e quale corso deve seguire e tale
fenomeno ha dato origine a tutta una serie di opinioni tra i
commentatori, dalle più comiche a quelle maggiormente
dogmatiche. Cosa deve fare Filemone? Deve lasciarlo libero? Deve
dargli il permesso di rimanere a Roma con Paolo? Deve farlo tornare
come suo schiavo? Una cosa del genere non viene detta, ma forse è
proprio questo il punto che dobbiamo cogliere. Paolo sta
semplicemente trattando Filemone come una persona responsabile in
grado di agire correttamente senza esservi costretta.
Paolo avrebbe potuto rivolgersi a Filemone usando la sua autorità apostolica per la sua edificazione (cfr. II Corinzi 13:10), ingiungendogli ciò che sarebbe stato giusto fare. «Filemone, potrei benissimo dirti ciò che devi fare, ma me ne astengo». Ma perché l’apostolo agisce in questo modo, che è più difficile? Perché il suo approccio è pastorale e si prefigge la crescita nella grazia di Filemone. Paolo avrebbe potuto scegliere la via più facile e diretta facendo valere la sua autorità (cfr. I Tessalonicesi 2:6), ma Filemone non avrebbe ricevuto alcun giovamento per la sua maturazione spirituale. L’apostolo, invece, si rivolge a questo credente e gli dice: «Filemone, questa è una situazione complicata e non abbiamo una risposta semplice, chiara e definitiva. Perciò, desidero che consideri seriamente la questione per conto tuo, che t’impegni ad affrontare e risolvere personalmente il problema con Onesimo e che tu giunga da solo alla soluzione che maggiormente onora Dio». Forse alcuni di noi possono reagire a questo approccio, in quanto lo reputano troppo relativistico o “rogeriano”3, ma Paolo mira alla crescita di Filemone. Il suo scopo è la sua maturazione e desidera vedere Cristo formato in lui, quindi lo porta a chiedersi consapevolmente: «Cosa è giusto fare agli occhi di Dio in questa specifica circostanza?». Osservate il versetto 14: «Non ho voluto far nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria».
Mi piace pensare che, dopotutto, a Paolo non interessasse tanto la conclusione della controversia quanto il processo attraverso il quale si doveva giungere a quella conclusione. Ciò che importava a Paolo non era che Onesimo rimanesse a Roma con lui o che tornasse a Colosse come schiavo di Filemone. Ciò che gli premeva davvero era che egli perdonasse Onesimo di cuore, considerandolo un fratello in Cristo degno di essere onorato come ogni altro essere umano. Il nostro compito è quello di aiutare i membri di chiesa a maturare in Cristo, lasciandoli liberi dal “nostro giogo” affinché portino solo quello di Cristo. Molti evangelici vorrebbero avere un papa e molti pastori sarebbero pronti a fare domanda per un tale ufficio! Così sarebbe più facile per tutti! Pensiamo a questi “zombi” che formano le fila dei culti e delle sette: a volte ci piacerebbe che le persone fossero così facili da manipolare e guidare, così ubbidirebbero senza questioni e senza creare difficoltà! Ma non è questo il cristianesimo. Se vogliamo che il nostro bambino attraversi la strada, il modo più semplice è quello di accompagnarlo, ma ad un certo punto deve imparare da solo, altrimenti dovremo accompagnarlo per tutta la vita. Quindi, dobbiamo insegnargli ad attraversare la strada da solo.
Personalmente, ritengo che questa lettera sia giunta fino a noi a testimonianza del fatto che Filemone ha fatto la cosa giusta. È interessante sapere che Ignazio, scrivendo all’inizio del II secolo, menziona un certo Onesimo “vescovo di Efeso”. Chissà, forse si tratta proprio del nostro Onesimo! Quindi, fratelli, se agiamo con i membri delle nostre chiese stimandoli per ciò che sono in Cristo, essi ci sorprenderanno spesso per la loro spiritualità e maturità. Non è lo Spirito di Dio in loro? Non li guida forse in tutta la verità? Perciò non c’è bisogno che, in modo squilibrato, li teniamo sotto controllo pensando che se non li teniamo per mano combineranno dei macelli, perché sono delle pecore che seguono la voce del Sommo Pastore.
L’atteggiamento di Paolo è realistico
Infine, l’approccio di Paolo è realistico. Una delle questioni
dibattute dagli studiosi moderni è quella della schiavitù.
Alcuni si domandano: «Ma perché Paolo non ha
semplicemente detto a Filemone che possedere degli schiavi è
sbagliato? Paolo avrebbe dovuto dire a Filemone di lasciare libero
Onesimo senza pretendere di riaverlo». Ora, perché
l’apostolo non agisce in questo modo? Spero di riuscire ad
esprimermi bene su questo punto affinché non ci siano
fraintendimenti.
Credo che il fenomeno della schiavitù nel I secolo non fosse così empio e disgustoso come noi, moderni sentimentali, tendiamo a pensare. Non voglio certo sminuire la gravità del modo d’agire di coloro che privano altri esseri umani della loro libertà. Tuttavia, la realtà storica è che molti schiavi erano ben curati e anche rispettati per i servizi che svolgevano: avevano una dimora, una protezione e ciò che era necessario alla propria famiglia. Ricordiamoci che in quei giorni vi era molta violenza e ingiustizia. La gente comune spesso era abbandonata a se stessa, senza cure sanitarie, senza difesa e, addirittura, senza cibo. Alcuni reputano che Paolo sia molto concreto in questa circostanza. Derek Tidball, nel suo An Introduction to New Testament Sociology, afferma che, anche se Paolo avesse voluto farlo, sarebbe stato impossibile, da un punto di vista pratico, sostenere l’abolizione della schiavitù. Difatti, ci sarebbero state carestie tremende, moltitudini di uomini sarebbero rimaste disoccupate, senza una casa e senza alcuna risorsa per vivere.
Per quanto queste osservazioni siano corrette, ritengo che dobbiamo cercare altrove la spiegazione. La risposta al nostro quesito sta nel realismo pastorale dell’apostolo. Paolo era consapevole di vivere l’epoca del “già e non ancora”, ossia nel periodo tra la prima e la seconda venuta di Cristo. Il fatto è che in questo periodo della storia della redenzione viviamo ancora in un mondo imperfetto, il quale attende di essere «liberato dalla schiavitù della corruzione» (cfr. Romani 8:18-23). I cristiani vivono nel mondo, ma non sono del mondo. Essi sono chiamati da Dio a vivere e a soffrire in un mondo malvagio e corrotto, in un mondo dove le persone sono egoiste e cercano di sfruttare il prossimo approfittando di tutte le occasioni. In questo modo gli uomini si opprimono l’un l’altro e noi non possiamo divincolarci da quelle strutture e da quei sistemi sociali caratterizzati dall’ingiustizia e dall’oppressione.
«Ma – qualcuno si chiederà – noi cristiani non siamo chiamati a cambiare il mondo e a vincere il male con il bene?». Certo, ma come è possibile riformare la società? Paolo c’insegna che non possiamo cambiare sistemi e strutture ingiusti ideando grandi progetti politici e sociali di riforma, né mediante l’impiego della più persuasiva retorica umana al fine di denunciare i mali che ci affliggono, bensì vivendo in questo mondo secondo i principi del regno dei cieli caratteristici del secolo a venire: individualmente, nelle nostre case e nelle nostre chiese, passo dopo passo, poco alla volta, in tutte le cose. L’apostolo Paolo vuole cambiare il mondo rivolgendosi a due credenti e a una piccola chiesa che si riuniva in una casa privata della Frigia. E ci è riuscito!
Fratelli, abbiamo bisogno di questo realismo biblico e della comprensione delle tensioni tipiche del periodo del “già e non ancora”. Questa consapevolezza ci preserverà dal crepacuore, dallo scoraggiamento e dalla depressione. È inutile farsi degli ideali irraggiungibili e irrealizzabili. Cerchiamo, piuttosto, di essere persone serie e sobrie e di impegnarci nell’opera di Dio senza diventare dei “sognatori” o dei “visionari” che vivono in un mondo di miraggi! Non cadiamo nell’errore di vivere immaginando il mondo dell’impossibile! Non lasciamoci sedurre dal fascino della retorica fantastica, la quale suona nobile e generosa senza portare mai nulla a compimento! Proprio come nel caso della schiavitù, in quanto la maggior parte di coloro che hanno denunciato aspramente questo male non hanno fatto assolutamente nulla per abolirla o per migliorare la condizione degli schiavi; anzi, proprio costoro hanno esasperato la situazione peggiorando tutto! Costoro si sono dimostrati egoisti e crudeli come il sistema che condannavano!
Fratelli, dobbiamo rimboccarci le maniche per operare in un mondo d’imperfezione e di confusione. Dobbiamo imparare a porci obiettivi realistici essendo fedeli nelle piccole cose di tutti i giorni. Guardiamo al grande apostolo, impariamo dal suo realismo e impegniamoci a fare la differenza avendo un concetto sobrio di noi stessi e della nostra chiamata, senza lasciarci ingannare da visioni e sogni di una gloria che non è quella di Dio. Molti di noi servono Dio in una piccola chiesa, in un luogo isolato magari, poco importante e influente, la nostra opera ci appare spesso poca cosa rispetto ai bisogni che vediamo intorno a noi: bene, il realismo biblico di cui stiamo parlando ci aiuterà a non essere soverchiati dal senso di futilità e d’impotenza. L’apostolo Paolo è uno dei più grandi uomini mai vissuti, una persona molto dotata, un genio e cosa fa? S’impegna per “riparare” la relazione tra due credenti anonimi i quali, da un certo punto di vista, sono dei “nessuno”. Eppure eccolo lì, il grande apostolo, fedele alla sua chiamata pastorale, fedele nelle piccole cose che, poco per volta, possono davvero cambiare la realtà. E ricordiamoci che le cose che ai nostri occhi sembrano piccole, agli occhi di Dio sono grandi e importanti. Il Signore Gesù disse che «ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento» (Luca 15:7) e che un semplice bicchiere d’acqua sarebbe stato ricordato nel regno dei cieli: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio» (Matteo 10:42). Fratelli, dedichiamoci con zelo ai Filemone e agli Onesimo intorno a noi, compiendo l’opera che il Signore ci ha affidato.
1 Edward Donnelly è pastore della chiesa riformata “Trinità” di Newtownabbey, nonché preside e professore di Nuovo Testamento al Reformed Theological Seminary di Belfast in Irlanda. Questo studio è parte di un’esposizione più ampia dal titolo Helps for Today’s Pastors: Case Studies from Paul (Ausili per i pastori di oggi: studi analitici sulle epistole paoline). Queste lezioni sull’epistola a Filemone, insieme alle altre, sono state esposte in occasione di una conferenza pastorale annuale a Montville, nel New Jersey, nel 2002 e sono pubblicate col permesso dell’autore.
2 Si tratta di un’ironia che potrebbe risultare non esplicita su carta stampata.
3 Riferimento alle teorie psicologiche di Carl R. Rogers, studioso statunitense del XX secolo.