INTRODUZIONE

 

Nel corso della loro storia, gli evangelici hanno spesso saputo coniugare felicemente la dottrina che professavano e l’esperienza che vivevano. Il messaggio della Bibbia costituiva l’orizzonte ideale e l’insieme dei valori che determinava le scelte ed i comportamenti. Esso veniva meditato con timore, approfondito con impegno e testimoniato con passione. La predicazione della Parola era tenuta in grande stima e la vita di ogni giorno dei credenti era così intrisa delle verità bibliche al punto che in ogni ambito dell’esistenza si cercava di onorare il Signore e di ubbidire alla sua Parola. Tra il dire e il fare vi era una certa circolarità e corrispondenza. Certamente, un’ “età dell’oro” della fede evangelica non è mai esistita e non bisogna idealizzare il passato; tuttavia, vi sono stati periodi in cui l’unità di mente e cuore, dottrina e prassi, intelletto ed emozione, Vangelo e cultura è stata mantenuta e perseguita. Si pensi, ad esempio, alla Riforma protestante del XVI secolo, al consolidamento della fede evangelica del Seicento, al puritanesimo, ai grandi risvegli evangelici del XVIII secolo.

La nostra non sembra essere un’epoca di queste, in Italia e altrove. Molti evangelici vivono la loro fede avendo spezzato il legame, che invece è necessario ed indispensabile, tra teologia e spiritualità, dottrina ed etica, conoscenza di Dio e progetto di vita. Per alcuni, essere evangelici significa aver fatto una qualche “esperienza” di Gesù, ma questa fascinazione non è sempre diretta dal desiderio di conoscere Gesù nella sua Parola, applicandosi alla trasformazione della mente con disciplina. Per questo poi la loro vita prosegue su registri che sono sostanzialmente quelli del mondo. Per altri, essere evangelici significa portare un glorioso nome ereditato dalla storia ma che oggi ha perso il mordente che aveva. Le convinzioni forti su Dio, la sua Parola, il peccato, l’esclusività di Gesù, che certamente erano parte della fede evangelica nel passato, non sono più credute con la stessa integrità. Ciò che rimane sono brandelli di fede i cui “vuoti” sono riempiti dai valori che il mondo elabora. Per altri ancora, sempre a causa del legame spezzato di cui si parlava prima, la conoscenza biblica viene scambiata con una serie di nozioni e schemi mentali che non modificano le categorie di fondo con cui viene vissuta la vita. Di fatto, questi non hanno la forza morale d’incarnare un’alternativa evangelica forte e credibile perché la loro vita non è nutrita dall’intero consiglio di Dio, ma da “spezzoni” di esso.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che il clima “ecumenico” del tempo tende, da un lato, a mettere in secondo piano l’importanza della dottrina a favore di altri criteri e, dall’altro, a limarne le asperità in modo che tutti siano accolti intorno al tavolo dell’ecumenismo. I capisaldi della fede evangelica di un tempo (sola Scrittura, solo Cristo, sola fede, sola grazia, a Dio solo la gloria), se non del tutto sconosciuti, sono talmente relativizzati da risultare del tutto “ecumenicamente corretti”, cioè ammansiti e accettabili da tutti.

È vero, lo scenario attuale è tutt’altro che esaltante. Urge un sussulto evangelico, una scossa dello Spirito di Dio secondo la Parola di Dio! La “Dichiarazione di Cambridge” sulla necessità di un ritorno al Vangelo (1996) offre una diagnosi lucida ed impietosa della situazione del movimento evangelico alle soglie del terzo millennio. Di fronte ad una malattia grave, non serve prendersi in giro illudendosi che tutto vada bene. Eppure, la “Dichiarazione” indica anche la strada per un’inversione di rotta. La graduale erosione delle fondamenta della fede deve far posto al pentimento sincero e ad una riforma integrale nella vita dei credenti e nelle chiese. A mali estremi, estremi rimedi. Si deve combattere la divisione tra conoscenza ed esperienza, tra sapere e agire, tra dire e fare mediante la ricomposizione dell’unità della fede e della vita. In altre parole, si deve fare una teologia viva e vivere un’esistenza teologica. Solo così, guardando alla “grande schiera di testimoni” della fede che ci hanno preceduto e avendo deposto “ogni peso” che paralizza i movimenti, si potrà correre “con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:1-2). Se non corrono in questo modo, invece di andare avanti, gli evangelici rischiano di rimanere bloccati dai cortocircuiti della loro fede.

 

Leonardo De Chirico