La
natura del puritanesimo
Introduzione.
Nel 1986 è stato pubblicato un libro di Leland
Ryken dal titolo Worldly Saints: The Puritans As They Really Were (Santi
nel mondo: i puritani così com’erano). Nella prefazione, l’autore spiega che il
suo primo proposito nello scrivere un libro sul puritanesimo è “correggere
l’equivoco quasi universale” sulla natura del puritanesimo[1]. Ora, se il popolo evangelico negli Stati Uniti ed
in Inghilterra ha un tale bisogno, cosa dire di noi italiani che siamo un
popolo che, per secoli, è stato tenuto nelle tenebre dell’ignoranza e della
superstizione dal cattolicesimo romano?
1. Il giusto approccio al puritanesimo.
Il puritanesimo deve essere considerato un
movimento spirituale e di risveglio. Marshall M. Knappen, nel libro
intitolato Tudor Puritanism, afferma: «Oggigiorno uno studioso
dice: “Il puritanesimo ha prodotto la democrazia moderna”; un altro: “Il
puritanesimo è all’origine del capitalismo moderno”; un altro ancora sostiene
che sia il padre della scienza moderna. Forse i puritani del sedicesimo secolo
hanno incidentalmente o accidentalmente realizzato qualcosa del genere, ma non
erano queste le cose che interessavano loro. Il pastore puritano viveva per
salvare anime dall’inferno»[2]. Iain H. Murray, spiega: «La riforma e
ancor di più il puritanesimo, sono stati considerati sotto tanti punti di
vista, ma troppo spesso si è tralasciato di riflettere sul fatto che gli
aspetti essenziali di tali movimenti… Oggigiorno, molti indagano sulle
influenze che, quattrocento anni fa, hanno mutato la vita e la direzione
spirituale dell’Inghilterra e della Scozia in un brevissimo lasso di tempo,
rendendole nazioni “del Libro”, confessanti quelle dottrine tanto avverse e odiose alla natura umana. Sono
innumerevoli gli scrittori che hanno tentato di spiegare tali fenomeni secondo
considerazioni politiche e sociali. Costoro hanno pensato che il successo
ottenuto dai riformatori e dai puritani, sia da attribuire ad una curiosa
combinazione di circostanze storiche che non possono più ripetersi. Tuttavia,
per i cristiani di quell’epoca la spiegazione era totalmente differente… essi
attribuivano il rinnovamento spirituale e morale di quel tempo alla
misericordia di Dio…»[3].
2. L’inizio del movimento
puritano.
Il professor Horton Davies
di Princeton afferma: «Il puritanesimo è definito, nel modo più accurato, come
la visione caratteristica del partito protestante radicale che, ai giorni della
regina Elisabetta[4], considerava la riforma
incompleta e aspirava a modellare l’adorazione e il governo della chiesa
secondo la Parola di Dio»[5]. Nel principio, il nomignolo
dispregiativo “puritani” fu affibbiato a quei ministri della chiesa anglicana
che condividevano tale visione. Un oppositore del puritanesimo dice: «La
fazione zwingliana o calviniana ha cominciato ad essere conosciuta col
nome di puritani il quale… è stato loro attribuito a causa della loro
pretesa di una maggiore purezza nell’adorazione di Dio…»[6].
Il regno di Elisabetta seguì
quello di Maria “la sanguinaria”. Molti “riformatori” che avevano sposato la
causa della riforma ai tempi di Edoardo VI rientrarono dall’esilio e, “avendo
passato molti anni tra le migliori chiese riformate europee… ritornarono a casa
avendo acquisito grande conoscenza e sapienza… desiderando purificare la chiesa
di tutti gli errori e di tutte le superstizioni”[7].
Nel 1562 vi fu un’importante
convocazione che approvò i cosiddetti “trentanove articoli” della chiesa
anglicana che tutti i ministri del regno dovevano sottoscrivere. In occasione
di questo consesso si manifestò una grande differenza tra i partecipanti,
soprattutto rispetto ai riti e alle cerimonie della chiesa e coloro che
rifiutarono di accettare la liturgia e la disciplina della chiesa furono
chiamati “puritani”[8].
Quindi, apparentemente, il puritanesimo
è un movimento sorto all’interno della chiesa anglicana per ragioni di ordine
“liturgico” (leitourgi,a,
servizio, latreu,w, servire). In senso positivo, si proponeva di riportare la chiesa in Inghilterra
ad un’adorazione semplice, pura e spirituale come quella della chiesa
primitiva; in senso negativo si proponeva di rigettare tutti quei simboli
espressione del cattolicesimo romano.
Giorgio Bouchard, in un libro pubblicato dalla Claudiana nel 1994
intitolato Protestantesimo e democrazia in America, spiega che la chiesa anglicana aveva una teologia
protestante e una liturgia cattolica ed era sottoposta, mediante la gerarchia
episcopale, al potere del sovrano. Bouchard osserva: «Ai calvinisti questo
misto di cattolicesimo e di protestantesimo, di cristianesimo ufficiale e di
paganesimo pratico non piaceva affatto»[9]. Vi era molto che doveva
essere riformato, ma Elisabetta (nelle parole di William Haller) “nascose la
spazzatura dietro la porta”[10]. Roland H. Bainton, nel suo
libro La riforma protestante, intitola il capitolo sulla riforma in
Inghilterra “Sincretismo e compromesso nell’anglicanesimo” e il professor
Giorgio Spini afferma che “Elisabetta ha fondato il suo regno sul compromise
politico fra assolutismo della corona e volontà popolare; sul compromise
religioso tra protestantesimo e cattolicesimo; sul compromise sociale
fra nobiltà, borghesia e popolo”[11].
La regina cercò di consolidare
la propria posizione assicurando la propria autorità contro tutto ciò che costituiva
una minaccia all’ordine costituito. Molti ecclesiastici si schierarono dalla
parte della corona, ma altri, che non erano disposti a sottoporsi al giogo
delle mezze misure e del compromesso politico, s’impegnarono per compiere
l’aspirata riforma. Costoro, come abbiamo visto, furono ingiuriosamente
chiamati puritani.
3. Lo sviluppo del
puritanesimo.
Nonostante le speranze nutrite
nel principio, l’opposizione ufficiale della gerarchia si rivelò un ostacolo
troppo grande per i puritani. Nell’introduzione a La canna rotta e il
lucignolo fumante del puritano Richard Sibbes (una serie di sermoni
pubblicati la prima volta nel 1630), Maurice Roberts spiega: «Quando i
predicatori puritani compresero che il potere regale era troppo forte perché
potessero compiere una vera riforma, indirizzarono le loro forze in un’altra
direzione. Essi iniziarono ad impiegare le loro energie predicando ed esponendo
delle “lezioni” sulla dottrina cristiana, insistendo sulla necessità di vivere
una vita santa in ubbidienza alla Parola di Dio. Il puritanesimo aspirò, come
pochi altri movimenti che lo hanno preceduto o seguito, a suscitare una società
che viveva nel timore di Dio… Per
comprendere la natura del movimento puritano, è necessario capire che esso si
distingue fondamentalmente dalle correnti monastiche e mistiche che sorsero
durante il medioevo nell’ambito del cattolicesimo romano. Il puritanesimo non
volle essere un tentativo di fuga dal mondo. Non esaltò il celibato, né svalutò
la famiglia o il lavoro secolare. Sulla base della Scrittura ed in accordo con
la teologia delle confessioni di fede riformate, i predicatori puritani
cercarono di imprimere nelle menti delle persone una visione biblica del mondo
e della vita. È così che forgiarono il carattere di una nazione che negli anni
a venire avrebbe assunto, per grazia di Dio, un ruolo di primo piano nel
proclamare il Vangelo di Cristo al mondo»[12].
Il programma di riforma del
governo nazionale della chiesa fallì, ma, come afferma William Haller,
“il puritanesimo era molto più che uno schema relativo la forma di governo
della chiesa e per questo continuò ininterrottamente a fortificare e ad
estendere la sua influenza sull’immaginario collettivo inglese… [i puritani]
consacrarono sempre più le loro energie ad istruire la gente sugli ideali
puritani, ammaestrandoli nella via puritana”[13].
4. Il cuore del puritanesimo.
Questi rilievi ci mostrano che nonostante
apparentemente il puritanesimo cominciò come un movimento di riforma liturgica,
in realtà era un ben distinto atteggiamento di vita. L’ethos peculiare
dei puritani, uomini e donne, è espresso in modo ammirabile dalla seguente
definizione di una donna puritana: «Per cristianesimo intendo quella grazia
universale comunicata nell’anima in virtù dell’opera rigeneratrice dello Spirito
di Dio, mediante il quale essa si offre all’amore e alla volontà di Dio al fine
di fare ogni cosa allo scopo di ubbidire e glorificare il suo Creatore»[14]. Come spiega il professor Davies, “la loro teoria
di vita era che lo scopo primario dell’uomo non è spassarsela ed essere
divertito, bensì, secondo le parole del Catechismo “minore” di Westminster,
“glorificare Dio e gioire sempre in lui”.
Benjamin Warfield afferma: «Nessun catechismo
inizia in modo più sublime del Catechismo “minore” di Westminster. La sua
domanda iniziale: «Qual è lo scopo primario dell’uomo?», insieme alla relativa
risposta: «Lo scopo primario dell’uomo è glorificare Dio e gioire in lui per
sempre»… pone subito chi impara nella giusta relazione con Dio. Tale
interrogativo distoglie gli occhi dell’uomo da se stesso, finanche dalla sua
salvezza, quale oggetto d’interesse principale e li fissa su Dio e sulla sua
gloria, costringendolo a cercare in lui la sua più alta beatitudine… Il
Catechismo “minore” deve la sua prospettiva tanto sublime, alla purezza del
modo in cui riflette la coscienza riformata. Per altri, la domanda più
importante è: «Cosa devo fare per essere salvato?» ed è così che la maggior
parte dei catechismi, compresi anche quelli della riforma, iniziano. In questi
casi, siamo di fronte all’opera di una sorta di utilitarismo, di una
divina eutimia[15] che determina interamente la percezione. Perfino
il Catechismo di Heidelberg non è del tutto scevro da questo lievito. Avendo
come punto di partenza il desiderio di conforto, sebbene si tratti del conforto
più eccellente per la vita e per la morte, richiama l’attenzione dell’alunno,
fin dall’inizio, sulla propria condizione: sulla sua infelicità
presente e sulle sue possibilità di essere beato[16]. Ci può essere qualche pericolo che l’alunno abbia
l’impressione che Dio esista per recargli beneficio. Il Catechismo “minore” di
Westminster si libera subito da questo legame con le cose di quaggiù ed inizia,
si concentra e finisce, sotto l’illuminazione della visione di Dio e
della sua gloria, il cui riconoscimento e la cui esaltazione è il vero
scopo dell’esistenza umana, come anche di ogni altro essere, della salvezza e
di ogni altra impresa. Secondo tale prospettiva, tutte le cose esistono per
Dio; da lui e per lui sono tutte le cose e, per questa ragione, la grande
domanda per ciascuno di noi, è “come posso glorificare Dio e gioire sempre in
lui”?… Si scoprirà che la peculiarità di questa prima domanda e risposta
consiste nella felice e concisa espressione con la quale è descritta l’intera
concezione riformata sul significato della vita umana. Diciamo l’intera
concezione riformata, perché non si rende giustizia a questa particolare
concezione se affermiamo solamente che lo scopo primario dell’uomo è
glorificare Dio. Ciò è certamente primario, ma secondo la concezione riformata
l’uomo esiste non solo affinché Dio sia glorificato in lui, ma anche in modo
che egli stesso possa dilettarsi in questo Dio glorioso. Questa concezione
rende giustizia all’aspetto oggettivo come anche a quello soggettivo del caso.
La concezione riformata non è affermata pienamente o giustamente se lo si fa in
modo che essa si esaurisca nel concepire l’uomo solo come l’oggetto in cui Dio
manifesta la sua gloria - magari anche oggetto passivo nel quale e mediante il
quale è assicurata la gloria divina. Essa considera l’uomo come il soggetto
capace di percepire la gloria di Dio e di dilettarsi in essa. Nessuno, quindi,
è veramente riformato nel pensiero se non considera che l’uomo non è destinato
solo ad essere lo strumento della gloria divina, ma anche a riflettere la
gloria di Dio nella sua coscienza ed a esultare in Dio: se lui stesso,
cioè, non trova diletto in Dio quale l’unico essere glorioso»[17].
Dunque, nelle parole di David Martyn Lloyd Jones,
il puritanesimo è “quella visione che pone l’enfasi su una vita profondamente
spirituale, caratterizzata dall’intensa realizzazione della presenza di Dio e
dalla consacrazione dell’intero essere a lui”[18]. Ecco perché Giorgio Buchard, discutendo della
“teologia politica” dei puritani, ad un certo punto dichiara: «Di tutto questo,
forse (personalmente eliminerei il “forse”), i Padri pellegrini non erano
pienamente consapevoli»[19]. Ora, perché i puritani non erano pienamente
consapevoli delle questioni politiche, sociali ed economiche che tanto
interessano a scrittori come Weber, Tawney, Hill, Walzer, ed altri? La risposta
è abbastanza semplice: perché ciò che interessava ai puritani non erano queste
cose, bensì la gloria di Dio e il trionfo del Vangelo! Ascoltate questo esempio
del pastore Bouchard: «Un evangelico ha un negozietto, comincia a fare affari e
allora si chiede: “Avrò mica perso la grazia di Dio?” Poi dice: “Ho capito,
vendo le cose troppo care” e allora abbassa i prezzi, ma gli aumentano i
clienti; nuova crisi di coscienza e allora lui decide: “Ora basta, io devo
vivere tranquillo, faccio un prezzo fisso” e così il prezzo fisso, che è
l’anima del commercio moderno, è nato dal caso di coscienza di un credente, non
dalla sapienza di un economista»[20].
Ascoltate l’insegnamento del Catechismo “maggiore”
sull’ottavo comandamento:
Domanda 141. Quali sono i doveri che ci richiede
l’ottavo comandamento?
Risposta. I doveri che ci sono richiesti nell’ottavo sono: verità,
fedeltà e giustizia nei contratti e nei commerci con gli altri uomini; rendere
a ciascuno ciò che gli è dovuto; restituire i beni trattenuti illegalmente al
legittimo proprietario; dare e prestare liberalmente, secondo le nostre
capacità e le necessità altrui; moderare i nostri giudizi, le nostre decisioni
e i nostri sentimenti rispetto i beni di questa vita; provvedere con cura e
impegno all’ottenimento, al mantenimento, all’utilizzo e alla sistemazione
delle cose necessarie e convenienti al sostentamento della nostra natura e
adatte alla nostra condizione; una vocazione legittima perseguita con
diligenza; frugalità; evitare processi, garanzie e altre assunzioni di
responsabilità non necessari e l’impegno, con l’ausilio di tutti i mezzi giusti
e leciti, per procurare, preservare e incrementare i beni e i possedimenti
altrui, come anche i propri.
Domanda 142. Quali sono i peccati proibiti dall’ottavo
comandamento?
Risposta. I peccati proibiti dall’ottavo comandamento, oltre alla
negligenza nei doveri richiesti, sono: furto; rapina; sequestri di persona;
ricevere qualcosa che è stato rubato; frodi; falsificazioni di pesi e misure;
rimozione dei confini; ingiustizia e infedeltà nei contratti con gli altri;
tradimento delle promesse; oppressioni; estorsioni; usura; corruzioni; processi
vessatori; prigionie e deportazioni ingiuste; monopolizzare merci per aumentare
i prezzi; vocazioni illecite e tutti i modi ingiusti e peccaminosi di
appropriarci o trattenere ciò che appartiene al nostro prossimo o di arricchire
noi stessi; concupiscenza; brama disordinata per i beni di questa vita e la
distrazione che procede dall’ansietà per ottenerli, preservarli e usarli;
invidia della prosperità altrui, come anche pigrizia, prodigalità, passatempi
vani e tutti gli altri modi che potrebbero pregiudicare i nostri possedimenti,
defraudandoci del conforto recato dai beni che Dio ci ha donato.
Spiega il professor Giorgio Spini: «È passato mezzo
secolo dallo scoppio della prima grande rivoluzione calvinista… il calvinismo…
ha dato vita ad un tipo d’uomo, la cui versione inglese - il “puritano” – avrà
un prodigioso destino storico di qua e di là dall’Atlantico. Ieri, il
calvinista era anzi tutto un insoddisfatto, un ribelle: oggi, il suo
discendente della seconda o terza generazione, è il frutto di una tradizione
consolidata: tradizione di famiglie solite a riunirsi attorno al Libro, in quel
culto domestico, che forma la caratteristica della pietà riformata; tradizione
di gente che ha respirato sino da bambino il clima austero del culto del
dovere, o del ricordo dei padri morti per non tradire la propria coscienza. Vi
sono già una civiltà calvinista e un’etica del puritanesimo. Il puritano è un
uomo terribilmente solo. Non ha alcun intermediario terreno fra sé ed un Dio
dai giudizi imperscrutabili come l’abisso: non ha alcuno di quei conforti, come
le pratiche devote, le cerimonie liturgiche, l’estasi mistiche, in cui altri
può placare il tormento del proprio spirito. La sola garanzia di essere nella
grazia Dio consiste per lui nell’avere una vocazione, cioè un dovere da
compiere ed un lavoro cui attendere. Perciò egli è l’uomo del lavoro per
definizione: infaticabile, coscienzioso, sobrio, metodico. Non è meno asceta,
in fine dei conti, del monaco del Medioevo. Ma è l’asceta che, invece di
fuggire dal mondo, vi sta in mezzo, malinconico ed inflessibile, ad attuare i
piani di Dio. Invece del romitorio, ha la bottega e l’opificio, dove si
accumulano delle ricchezze, di cui la sua coscienza non gli permette di
attingere che la minima parte per le necessità personali. Invece del monastero,
ha la famiglia, in cui sta senza evasioni romantiche né sorridenti concessioni
alla carne, come si sta sul campo del proprio dovere. Ed è anche un
conquistatore, perché è convinto che agli eletti tocchi per decreto di Dio di
mettere in atto la propria vocazione, e che la benedizione di Dio, cioè il
successo, si accompagni necessariamente con la vocazione. La quale, del resto,
non riguarda soltanto la persona del singolo, ma la società tutta, che deve riconoscere
la gloria di Dio, dimostrata nella testimonianza vivente degli eletti…Il
fattore etico-religioso viene ad interferire… col fattore economico. La
mentalità calvinistica sembra fatta apposta per modellare il tipo
dell’imprenditore. La società vagheggiata dai calvinisti, con la sua libertà
per gli eletti di farsi avanti, con la sua demolizione degli artriti
principeschi e dei privilegi di casta, con la sua concezione del valore del
lavoro e dell’avveduto investimento dei capitali a scopo produttivo, col suo
orrore per l’ozio e per lo sperpero, e con la sua spinta alla razionalizzazione
dell’attività umana, rappresenta il terreno ideale per lo sviluppo della
nascente economia capitalistica…Basta tradurre questo [l’economia
capitalistica] in termini etico-religiosi per riconoscervi la volontà del
calvinista di imporre a tutta la società la norma della gloria di Dio
e quindi della vocazione operosa…»[21].
Possiamo concludere cercando di cogliere la natura dello
spirito puritano riflettendo su alcune parole di Jonathan Edwards.
Edwards spiegava la ragion d’essere dell’uomo ponendola in relazione alla
gloria di Dio: «Il grande scopo delle
opere di Dio, che è espresso in vari modi nella Scrittura, in realtà è UNO solo
e quest’unico scopo è definito nel modo più appropriato e comprensivo
possibile LA GLORIA DI DIO. È con questo nome che è più comunemente indicato
nella Scrittura ed è, opportunamente, paragonato al fulgore o all’emanazione
della luce di un astro. La luce è l’espressione esteriore, l’esibizione e la
manifestazione dell’eccellenza di un astro; del sole, ad esempio. Essa è
l’abbondante emanazione, l’ampia comunicazione della pienezza del sole ad
innumerevoli esseri che la ricevono. È in questo modo che si vede il sole, che
si contempla la sua gloria e che si scoprono tutte le altre cose. È tramite una
partecipazione in questa comunicazione che proviene dal sole che gli oggetti
che ci circondano ricevono lustro, bellezza e splendore. È così che tutta la
natura riceve vita, conforto e gioia... Ciò che è stato detto può essere
sufficiente per dimostrare come quelle realtà di cui la Scrittura parla nei
termini di fini ultimi delle opere di Dio, nonostante possano sembrare a prima
vista distinte, si riducono chiaramente ad una sola, ossia la gloria
intrinseca di Dio o la pienezza di Dio esistente nella sua emanazione.
Nonostante Dio nel perseguire tale fine cerchi il bene della creatura, pure in
esso appare il riguardo supremo che ha per se stesso... L’emanazione o
comunicazione della pienezza divina, consistente nella conoscenza di Dio,
nell’amore per lui e nella gioia in lui, ha vera relazione sia in confronto a Dio
sia in confronto alla creatura, ma ha relazione in confronto a Dio
come alla propria fonte, come a ciò che è comunicato dalla sua
intrinseca pienezza. L’acqua nel torrente è qualcosa della fonte e i raggi del
sole sono qualcosa del sole. Inoltre, ha relazione in confronto a Dio come al
suo oggetto, in quanto la conoscenza comunicata è la conoscenza di Dio,
l’amore comunicato è l’amore di Dio e la felicità comunicata è gioia in Dio.
Quando la creatura conosce, apprezza, ama, loda Dio e gioisce in lui, la gloria
di Dio è al tempo stesso esibita e riconosciuta, la sua pienezza
è ricevuta e restituita. Abbiamo contemporaneamente un’emanazione
ed una riemanazione. Lo splendore risplende sulla e nella creatura ed è
riflesso ancora verso l’astro. I raggi di gloria provengono da Dio, come
qualcosa di Dio e sono restituiti ancora alla loro l’origine. In questo modo il
tutto è da Dio, in Dio e per Dio ed egli è l’inizio, il
centro e la fine...»[22].
[1] L. Ryken, Worldly Saints: The Puritans As They
Really Were, Grand Rapids, Zondervan, 1986, p. xvii.
[2] M. M. Knappen, Tudor Puritanism, Chicago,
University of Chicago Press, 1939, p. 350.
[3] I. H. Murray, The Puritans and Revival
Christianity, Banner of Truth Magazine, n° 72, September 1969. Cfr. L.
Ryken, Worldly Saints, Grand Rapids, Zondervan, 1990, pp. 11-12; J. I.
Packer, Among God’s Giants, capitolo 3, pp. 41-63.
[4]
Elisabetta I Tudor salì al trono nel novembre del 1558 all’età di 25 anni e
regnò fino al 1603.
[5] H. Davies, The Worship of the English Puritans,
Morgan, Soli Deo Gloria Publications, 1997, p. 1.
[6] H. Davies, The Worship of the English Puritans,
p. 2.
[7] B. Brook, Lives of the Puritans, London, James
Black, 1813, volume 1, p. 20.
[8] B. Brook, Lives of the Puritans, pp. 21-22.
[9] G.
Bouchard, Protestantesimo e democrazia in
America, Torino, Claudiana, 1994,
p. 20.
[10] W. Haller, The Rise of Puritanism, New York,
Harpers& Brothers, 1957, p. 8.
[11] G.
Spini, Storia dell’età moderna, Torino, Einaudi, 1982, volume 1, parte
seconda, capitolo 6, “I vincitori”, p. 433.
[12] M.
Roberts, “Prefazione all’edizione italiana”, in R. Sibbes, La canna rotta e
il lucignolo fumante, Caltanissetta, Alfa & Omega, 2000, pp. 9-10.
[13] W. Haller, The Rise of Puritanism, pp. 18-19.
[14] P. Bayne, Puritan Documents relating to the
Settlement of the Church of England by the Act of Uniformity of 1662,
London, 1862, p. 10.
[15] L’
euvqumi,a è, secondo Democrito, il fine della vita etica, corrispondente ad una
specie di tranquillità, che nasce dal saper dominare i propri desideri.
È questo il concetto che Seneca rende con tranquillitas animi e che
illustra nell’opera omonima.
[16] La prima
domanda del Catechismo di Heidelberg è la seguente: «Qual è l’unico conforto in
vita e nella morte? Che io, corpo e anima, in vita e nella morte, non
appartenga a me stesso, ma al mio fedele Salvatore Gesù Cristo, il quale col
suo prezioso sangue ha pienamente soddisfatto tutti i miei peccati e mi ha
redento dal potere del Diavolo. Egli mi preserva in modo che senza il volere
del mio Padre celeste neanche un capello possa cadere dal mio capo e, sì! fa
cooperare ogni cosa per la mia salvezza. Così, mediante il suo Spirito Santo,
mi assicura della vita eterna e mi rende volenteroso e pronto nel vivere per
lui».
[17] B. B. Warfield, “The First Question of the Shorter
Catechism”, The Westminster Assembly and its Work, p. 379.
[18] D. M. Lloyd Jones, From Puritanism to Nonconformity,
Bridgend, Evangelical Press of Wales, 1991, p. 11.
[19] G.
Bouchard, Protestantesimo e democrazia in
America, pp. 22-23.
[20] G.
Bouchard, Protestantesimo e democrazia in
America, p. 37.
[21] G.
Spini, Storia dell’età moderna, pp. 418-422.
[22] J. Edwards, The End for which God Created the World, in Works, Edinburgh, Banner of Truth, 1974, vol. 1, p. 120.